Per credere non basta un miracolo

Possiamo cercare l’incontro Cristo perché egli si è fatto vicino. La sua compassione è porta che abbatte ogni barriera. Egli, toccandoci, ci fa guarire, ci purifica dall’isolamento, ci rende capaci di relazione, ci fa vivere l’esperienza umana della condivisione. Eppure, non basta un miracolo e una guarigione, non basta nemmeno l’onnipotenza divina. Possiamo appellarci all’onnipotenza divina e dubitare del suo volere o, peggio, ignorarlo e restare chiusi nei nostri interessi, piegati sulla nostra vita, interessati al tornaconto. Gesù guarisce il lebbroso, lo risana nella sua pelle, ma rimane impotente davanti alla sua scelta di non accogliere le parole di Gesù, di non prendere sul serio il suo volere perché tutto preso e interessato al suo potere.

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Guarire la vita

Se guardiamo alla vita di ognuno, ciò che resta è solo un sospiro, un desiderio inespresso e inevaso. Sembra che il dramma di vivere non abbia altra via d’uscita se non quella in cui il dramma sopprime la vita. Sì, al di là di tante parole, vivere non è affatto facile e ciò che sembra darci sollievo è come l’ombra che dà conforto allo schiavo, come il salario che rasserena il mercenario, solo illusione e soffio che passa. Eppure c’è un modo per guarire la vita.

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Io non so chi sei, tu, mia rovina

È facile, per un credente, arrivare subito alle conclusioni ed esclamare con fede devota: Io so chi tu sei! E ci troveremmo a condividere le stesse parole dello spirito impuro. E ci troveremmo ad avere una fede che sa di consumato. Credere, invece, è lasciarsi stupire da quelle parole che nessun’altro dice, da quello stile che è solo divino, da quella strada che possiamo percorrere. E potremmo ancora, messa da parte ogni presunta certezza, chiederci che cosa è mai questo, chi è questo Dio che si è fatto conoscere, chi è quest’uomo che ha autorità, chi è costui che mette a tacere il male che ci cresce dentro. Credere è esporci a lui per riconoscere che davvero è venuto a rovinare qualcosa di noi, qualcosa che ci portiamo dentro, ma se è venuto a rovinarci è solo perché è venuto a servirci e dare la sua vita per noi (cf Mc 10,45). 

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Un ascolto che si fa cammino

L’incontro con Dio è reso possibile dalla parola che ci rivolge. È lui a venirci incontro e a parlare. Tutto nasce da un dono, da un indicativo che muove la storia di ognuno e la rende capace di svolte nuove e inattese. Mettersi in ascolto della parola, infatti, è dare pienezza al tempo e riempire di vita lo spazio. Il Vangelo, lieta notizia, annuncio bello e inatteso, è dono che non possiamo darci e non possiamo meritare. È rivelazione che smuove la vita e ci rende capaci di scelte radicali. Credere al Vangelo significa lasciarci incontrare da Dio per seguirlo, con passi liberi e lieti, sulla strada che egli ha aperto per noi.

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Che cosa cercate?

Nel tempo di Natale abbiamo vissuto l’incarnazione di Dio che ha mischiato la sua vita a quella dell’umanità. Il tempo ordinario ci immette, in maniera graduale, nel mistero della storia in cui Dio si manifesta e fa conoscere. È nell’ordinarietà della vita, infatti, che siamo chiamati a cercare il Dio che ci chiama, è tra le voci confuse che possiamo scoprire l’appello, unico e inatteso, di colui che ci ama. Qui, nei contesti usuali e feriali, egli ci chiama per nome, fa vedere il suo volto e ci fa vedere chi siamo. Entra nella nostra personalissima storia per rivolgerci parole che ci mettono in cammino e in ricerca.

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L’amore sovverte ogni legge

È sempre facile fraintendere e smarrire il senso delle parole, ridurle a ciò che siamo in grado di intendere e di volere. La rivelazione, però, propone parole altre, che non si attestano sul nostro orizzonte. Parole che si muovono in alto, verso confini e orizzonti divini. Ed è per questo che non basta dire amore e non basta nemmeno amare. Amore e amare sono parole che dicono tanto, forse anche troppo, ma non dicono mai a sufficienza, perché quando la Scrittura parla di amore non parla di noi e dei nostri sentimenti, non parla delle nostre scelte e delle nostre azioni. Dire amore, per la Scrittura, è rivelare Dio e il suo volto, è dispiegare la sua santità, è raccontare la sua perfezione. 

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Immersi nel mondo per dire Dio

La luce è la prima delle creature che Dio ha fatto, la prima parola che Dio ha pronunciato. E luce e parola si fondono insieme. Tutto esiste per la sua parola e la sua parola è luce alla quale vedere ogni cosa. E tutto ciò che Dio ha fatto è cosa buona. Ogni opera, fatta da Dio, è cosa buona perché è fatta dalla sua parola, è impregnata della sua luce. E Dio ci dona ancora la sua parola, luce che vince le nostre tenebre. Essere discepoli, quindi, è accogliere in noi la sua parola, vivere della sua luce e compiere, insieme a lui, le opere buone che rinnovano il prodigio della creazione, la preservano dalla corruzione, la rendono bella e sempre più buona perché diffondono, in questo mondo, la sua parola, luce divina che Dio ha messo in noi.

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Una vita controcorrente

È sempre difficile distinguere i criteri divini da quelli umani, la sapienza di Dio da quella degli uomini. E ogni cristiano si trova nel mezzo, incerto abitante di logiche opposte. C’è una scelta da fare, ci sono decisioni da prendere, c’è un criterio da scegliere. E, nonostante le tante parole, è sempre difficile prendere per buone le beatitudini, parole che sconvolgono il senso comune, che mettono in crisi le nostre certezze, che ribaltano i nostri piani. Il nostro è un Dio imprevedibile, un Dio che ci chiede di andare controsenso sui sentieri della storia. 

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Venite e diventate Parola

Per quanto siano fitte le tenebre c’è sempre una luce a rischiarare la notte, per quanto sia profondo il silenzio c’è sempre una voce a sollevare il cuore, per quanto siamo lontani da Dio c’è sempre la sua parola a venirci incontro, a inseguirci nei nostri sentieri, a incontrarci sui nostri cammini sperduti. È così che ha inizio il Vangelo e si muove su strade inattese. Così avanza ancora oggi l’annuncio lieto: Dio si è fatto vicino, si è accostato alle nostre vite ordinarie.  

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Testimoni dell’Agnello

Dopo aver celebrato il mistero dell’incarnazione ed essere stati partecipi della duplice manifestazione di Dio nella carne di un uomo (ai Magi e nel battesimo al Giordano), il cammino si ferma, prima di proseguire sul sentiero ordinario, dinanzi ad una ulteriore manifestazione della gloria divina, quella nascosta nel servo che si fa agnello. «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria» (Is 49,3). L’immagine del servo, che Isaia delinea, è quella di colui che, come agnello mansueto, si lascia condurre al macello portando su di sé il peccato di molti. È su di lui che Dio manifesta la sua gloria, quella stessa che Giovanni indica nell’uomo che viene verso di lui. 

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