Non servirsi del proprio servizio

Ci sono parole divine che fanno fatica ad entrarci nel cuore. La vita fa resistenza e oppone delle buone ragioni. A volte, ci sembra giusto rileggerle sotto altra luce, smussarle e renderle più congeniali. E, così, ci evitiamo la fatica di restare sospesi, di interrogare la vita, di mettere in crisi noi stessi e ciò che sappiamo. Le parole che la liturgia oggi ci presenta stridono e fanno rumore. Tracciano solchi che non riusciamo a colmare. E allora conviene ascoltare davvero quelle parole, mettendoci anche in ascolto dei loro echi e dei loro rimandi. Dobbiamo prenderci il tempo di ampliare lo sguardo e l’orizzonte, in attesa che sia il cuore a farsi più ampio, abitato da una fede che resta un dono, da un amore che non possediamo, da una grazia che non possiamo arginare.

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Sedersi dalla parte giusta della storia

È, forse, inevitabile, che ci siano differenze, che restino i ricchi e i poveri. E non è giusto chiamare i ricchi peccatori e i poveri giusti. È vero, però, che tutto si complica quando, con le nostre scelte, costruiamo abissi tenendo chiuse le porte, che servono a difendere i nostri beni acquisiti, ma soprattutto a difendere il nostro sguardo. Costruiamo fossati per tenere i poveri alla giusta distanza, quella utile per non vederli, per non sapere che ancora ci sono, che restano seduti ai margini della vita, trattenuti lì perché siano più ricchi i nostri banchetti. E, ingenuamente, siamo contenti perché siamo seduti dalla parte “giusta” della storia.

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Servirsi di Dio o servirsi della ricchezza?

È impietoso il confronto tra il mondo e i discepoli, tra le furbe strategie dei suoi figli e l’ingenua dabbenaggine dei figli della luce. Figli del mondo e figli della luce, però, non sono due categorie o umanità diverse. Bisogna, infatti, riconoscere, in ciascuno di noi, l’infelice convivenza di due modi diversi di assicurarsi la vita e il futuro. Siamo figli del mondo, ansiosi di appoggiare su mammona la nostra esistenza, pronti a chiamare roccia le nostre sicurezze, a sperare che le ricchezze ci salvino e ci donino una vita piena. 

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Perdersi dentro o perdersi fuori

È difficile immaginare un Dio che sia del tutto diverso da noi, che sia ingiusto per i nostri criteri, che sia contrario alle nostre logiche. Ed è per questo che il posto di Dio è spesso preso e abitato da idoli, da immagini e volti più familiari, da idee e logiche a noi più vicine. Mettere un idolo al posto di Dio è questione sempre attuale. C’è sempre un vitello d’oro, un’immagine che sentiamo più vera, perché più comoda e più congeniale. Sarà il dio della libertà o della paura, della trasgressione o dell’osservanza, dell’entusiasmo o della fredda morale, dell’anarchia o della rigida sottomissione…

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Un “contratto” non ingannevole

Ci sono momenti in cui, pensando a Gesù e al suo Vangelo, sentiamo un forte entusiasmo e immediata adesione. C’è la voglia di mettersi in gioco, di dare inizio ad un tempo nuovo. È una partenza decisa, che non tiene conto di ciò che occorre, che non misura ciò che manca, che non vede ciò che è richiesto. E anche nell’annuncio, vogliamo raggiungere i grandi numeri e presentiamo Gesù con le strategie di marketing e promuoviamo la fede come fosse un’escursione in terra piana. Infiocchettiamo la Chiesa o, meglio ancora, la nascondiamo, annacquiamo il Vangelo e lo addomestichiamo per renderlo umano. Vogliamo aumentare il consenso, suscitare la simpatia, avere folle che vengano dietro.

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L’umiltà non è più una virtù

Tutta la vita è una rete di relazioni, di sguardi che si incrociano, di mani che si tendono, di parole che si affidano. E questa rete, spesso nascosta, prende forma e consistenza, diventa visibile e percepibile quando si è tavola, ad un banchetto. Lì si rivela la vita di ognuno, le scale sociali e i propri interessi, le priorità e le attese diverse. Gesù, in giorno di festa, è invitato a pranzo dal capo dei farisei. Egli accetta l’invito, accetta il rischio di essere oggetto, di essere studiato come fosse un problema, di essere osservato come fosse un ostacolo. Accetta il rischio di esporsi in una casa che appare nemica

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Non m’importa se l’inferno sia vuoto

Sono tante le questioni che sorgono quando si parla di Dio e del suo regno. E, mentre il tempo scorre, si perde tempo a fare teoria, a sfuggire alla presa, forte e potente, della vita. Si rendono la fede e il vangelo teoria su cui dibattere, curiosità su cui concentrarsi, opinioni sulle quali opporsi. E partono i dibattiti e gli scontri teologici, che, mentre dividono la Chiesa e i credenti, in realtà servono solo a intrattenersi e a crearsi un valido alibi per non lasciarsi inquietare e scomodare dalla parola del Vangelo. Rischiamo di diventare teorici e appassionati spettatori di un Vangelo che ci resta estraneo perché lo teniamo a distanza debita dalla nostra vita.

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Il disonore di credere

Può sembrare attraente una fede che metta al riparo, che culli e assecondi le nostre attese, che soddisfi le nostre pretese. È bello un “vangelo” che ci metta a sedere, che ci dia conforto e sollievo, che ci liberi dal peso di fratture e di cambiamenti, di contrasti e di divisioni. Ed è facile innamorarsi di questo “vangelo”, una parola buona per ogni stagione, una scelta accurata di ciò che non urta e non crea problemi.

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Dio viene a liberare la vita

È forte la tentazione di accomodarsi, di gestire le cose come fossero eterne, di vivere il tempo come fosse nostro. Rischiamo di abitare la storia come nostra definitiva dimora, fissando nel tempo le nostre ricchezze, affidando noi stessi a tutte le cose. E, invece, il tempo è sempre un notturno, è sempre assenza di ciò che conta, veglia e attesa di ciò che viene, ricerca e impazienza che arrivi la luce.

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Per vivere bisogna imparare a morire

Bisogna guardare in faccia la realtà. Se fissiamo lo sguardo su tutte le nostre ansie, i nostri deliri e le nostre passioni, le nostre frenetiche attività, si spalanca davanti a noi l’assurdo di ciò che tiene in ostaggio la nostra vita. Siamo preda e vittime del nostro affannarci, del nostro affaticarci con ansia, del nostro bisogno di afferrare e trattenere ogni cosa illudendoci di afferrare e fare nostra la vita. 

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