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	<title>Pasqua Archivi - Rileggendo</title>
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	<title>Pasqua Archivi - Rileggendo</title>
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	<item>
		<title>Il tempo di una nuova presenza</title>
		<link>https://www.rileggendo.it/2024/05/10/il-tempo-di-una-nuova-presenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Manco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 May 2024 16:01:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Ascensione]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La festa dell’Ascensione del Signore al cielo è una festa strana e diversa: non c’è nulla che si possa guardare. Il Risorto è sottratto alla vista. Non è allora festa di qualcosa che può essere visto, ma di qualcosa che deve essere fatto. È festa che mette in moto la vita e ridesta dai nostri torpori. E allora dobbiamo lasciarcelo ridire senza preamboli: abbiamo bisogno di un pastore, ci serve una guida che sappia orientare i nostri passi, che sappia condurci e tenerci vicini, che sappia difenderci e proteggerci da tutto, persino dalla stessa vita.</p>
<p>E allora con il coraggio di vedere ciò che già sappiamo e proviamo a nascondere, lasciamo che la Parola ci dica di Lui e poi dica anche di noi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Ascensione del Signore Anno B (At 1,1-11; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20)</p>



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<p>La festa dell’Ascensione del Signore al cielo è una festa strana e diversa: non c’è nulla che si possa guardare. Il Risorto è sottratto alla vista. Non è allora festa di qualcosa che può essere visto, ma di qualcosa che deve essere fatto. È festa che mette in moto la vita e ridesta dai nostri torpori. </p>



<p><em><strong>Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi (At 1,9)</strong></em></p>



<p><em><strong>Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose (Ef 4,10)</strong></em></p>



<p>Gesù ascende al cielo e sembra lasciare ciascuno come in balia degli eventi e del tempo. In realtà, egli lascia quegli Undici per restare per sempre con tutti, lascia quel santo luogo per essere in ognuno dei luoghi, lascia il tempo che lo ha visto operare, per rendere suo ogni tempo.&nbsp;</p>



<p>L’Ascensione è il movimento del Cristo che lascia la terra, si sottrae alla vista dei discepoli e, così, li rende suo segno e parola, sua impronta e sua azione, suo gesto e presenza.</p>



<p>Egli, nella forza dello Spirito, resta presente nel mondo, continua a camminare sui sentieri della terra e del tempo e ovunque continua a tracciare sentieri di cielo. No! Non è assente o lontano. Si è inoltrato e nascosto fin dentro la storia e la vita, perché è qui che i cristiani possono vivere ora il loro essere presenza di Cristo, sue membra e suo corpo.&nbsp;</p>



<p><em><strong>Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura</strong></em> (Mc 16,15)</p>



<p><em><strong>Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano</strong></em> (Mc 16,20)</p>



<p>Da quel giorno Cristo è ancora presente, lo è ancora di più, lo è nel volto dei suoi testimoni, nella Parola e nei segni che essi continuano a seminare. Cristo non ha lasciato la terra, ma ha iniziato ad abitarla e a farla sua casa rendendo suo corpo la Chiesa. Non quella che noi desideriamo e vorremmo, ma proprio questa Chiesa, disastrata e ammaccata, che siamo io e te.&nbsp;</p>



<p>Egli è asceso al cielo per essere corpo vivo e diffuso, per essere corpo che si fa servo, parola che si fa annuncio, gesto che cura e risana, amore che perdona e rialza. Da quel giorno noi siamo questo, siamo suo corpo e presenza perché egli possa ancora agire nel tempo.</p>



<p>E allora sulla terra c’è ancora la presenza di Cristo, ci sono la sua parola e i suoi gesti, ci sono i suoi segni e le sue tracce, ci sono perché egli ci ha reso capaci di essere sua presenza e parola, sua voce e suo amore.&nbsp;</p>



<p>Dirsi cristiani, quindi, non è vanto e diritto, né privilegio o menzione d’onore. Dirsi cristiani è dire il Cristo con la carne che abbiamo. Siamo cristiani perché siamo di Cristo, perché egli è in noi e noi siamo in lui, siamo cristiani perché dovremmo, con segni e parole, con la vita ed il cuore, diventare sua trasparenza e presenza.&nbsp;</p>



<p>L’Ascensione, quindi, non chiude il tempo della presenza del Risorto in mezzo a noi, ma apre il tempo in cui egli ci chiede, per il dono dello Spirito, di renderlo presente e di renderlo vivo. Si apre il tempo nuovo dell’annuncio, della missione e dei segni perché sia edificata una umanità che sia sempre più vera.&nbsp;</p>



<p>È il tempo quindi di una nuova e più grande presenza, perché, per il dono del suo amore, il cielo si è ormai installato su questa terra. E la Chiesa ne è segno e strumento, presenza e azione, profezia e testimonianza.</p>



<p><em><strong>Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.<br>A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo</strong></em> (Ef 4,4-7)</p>



<p>Un unico Dio ha amato la terra, un unico Signore l’ha risollevata e redenta, un unico Spirito continua a parlare e a ripetere la Parola che ha sconfitto la morte. La Chiesa è chiamata ad essere una, perché è corpo che vive del Cristo ed è corpo che fa vivere il Cristo nei tempi e negli spazi degli uomini. Ciascuno di noi per la sua parte, ognuno a suo modo, ma ciascuno insieme con gli altri, perché uno solo è il Cristo che salva, uno solo è il corpo del Cristo vivente.&nbsp;</p>



<p>E dovremmo ancora guardare a questo corpo ecclesiale, sfibrato e slabbrato, teso e usurato, sporco e invecchiato. Dovremmo impararne ad essere degni, a lasciare che si compia in noi una nuova unione della carne e del Verbo. Il Verbo che si è fatto carne è asceso e ha reso la nostra carne capace di dire e vivere il Verbo. Ciascuno per la sua parte, senza pretendere di essere il tutto, senza sperare di diventare qualcuno, senza ambire a guidare il cammino. Siamo il corpo di Cristo, quel corpo che deve crescere e rendere nuova la storia e riempire la terra della sua dolce e gloriosa presenza.</p>



<p>E quanto è difficile conservare l’unità, quanto è difficile non pensare di poter fare da soli! È Dio che agisce in tutti, “opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. E allora dovremmo davvero imparare a vedere e a conoscere il Dio che agisce in ciascuno, e dovremmo anche lasciare che sia lui, prima di noi, ad agire e a vivere in noi, che sia lui a modellarci e a plasmarci, a renderci membra viventi del Cristo che è nella gloria.&nbsp;</p>



<p><em><strong>Allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all&#8217;unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all&#8217;uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo</strong></em> (Ef 4,12-13)</p>



<p>Il tempo aperto dall’ascensione è tempo di edificazione, non di qualcosa di nostro, non di un’opera bella, non di intuizioni e pensieri, ma del corpo di Cristo, della sua vera e viva presenza, del suo farsi ancora strada nel mondo, del suo essere ancora vicino, del suo avere ancora parola d’amore, del suo compiere gesti di dono, del suo prendere in braccio il più debole, del suo sanare e curare le piaghe, del suo vincere e superare ogni male, del suo perdonare il peccato, del suo annientare la morte, del suo essere, insomma, umanità nuova e radiosa.</p>



<p>La terra è piena della pienezza di Dio perché egli ha incuneato la sua viva presenza nella carne di questa umanità, carne resa divina dallo Spirito e dal dono d’amore. Solo questo è la Chiesa: splendore e presenza di Dio, suo corpo e suo segno, suo strumento e dimora. Solo questo è la comunità dei credenti: un unico corpo che, nella diversità dei ministeri e carismi, rinnova il volto dell’umanità perché diventi il volto di Cristo.</p>



<p><em><strong>Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?</strong></em> (At 1,11)</p>



<p>L’Ascensione non ci rimanda al cielo, non ci fa restare con il naso all’insù, in attesa di tempi e situazioni migliori, non ci fa vivere come nostalgici, bisognosi di una presenza. L’Ascensione ci rimanda e ci spinge alla terra, a questa terra martoriata e ferita, perché è qui che siamo chiamati a rendere presente, viva e operante la presenza del Signore Risorto. È qui che siamo anche chiamati a riconoscerlo e a incontrarlo vivo e presente. La Parola e il Battesimo, i Sacramenti e l’amore, i poveri e quelli che cercano cura e presenza, coloro che attendono risurrezione e riscatto, guarigione e sollievo: sono questi e altri ancora i luoghi in cui il Risorto continua a farsi incontrare e vedere, continua a segnare il cammino, ad aprire sentieri e allargare orizzonti.</p>



<p>L’Ascensione è festa che costringe a sentire e a vedere la tensione tra il cielo e la terra, tra il futuro e il presente, tra il tempo di Dio e quello dell’uomo. Eppure è in questa tensione che vive la Chiesa e vive il credente. È in questa tensione che si compiono i doni del Figlio.&nbsp;La Chiesa e il credente sta sulla terra e, in essa, si impegna e lavora perché questo mondo è chiamato a diventare divino, a crescere alla pienezza di Cristo, a diventare un unico corpo di Cristo.&nbsp;</p>



<p>Siamo tesi e sospesi tra il cielo e la terra perché si compia in tutti e in ognuno il mistero compiuto nel Figlio e ogni carne diventi divina e ogni corpo diventi glorioso e ogni terra diventi cielo. Perché è il cielo a rendere viva la terra, a darle forma e vigore, a darle volto e futuro.</p>



<p>E dobbiamo restare e abitare in questa tensione tra il cielo e la terra, in questo duplice appartenere, in questo impegno terreno che ha una speranza radicata nei cieli.&nbsp;</p>



<p>“Perciò fu assunto in cielo, per sollevare con sé la terra e farla cielo. […] Egli impiantò i cieli, cioè la divinità, sulla terra della nostra umanità e fondò la terra della nostra umanità nel cielo, cioè ve la stabilì per sempre”<a href="applewebdata://10123FBB-6B8E-417F-B7FA-E6664B033D46#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>.</p>



<p>In Cristo noi siamo già in cielo e in noi Cristo è ancora qui in terra. È questo il mistero che oggi celebriamo: il mistero di Cristo e di ciascuno di noi.</p>



<p>Il cielo ha accolto in sé la terra e questa terra può già essere cielo, per questo può essere amata, per questo può essere accolta la vita, per questo possiamo, di questa vita, essere servi.&nbsp;Non possiamo restare a fissare il cielo, perché il cielo dobbiamo servirlo e accrescerlo qui e, su questa terra, renderlo vivo e fecondo.&nbsp;</p>



<p><em><strong>Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l&#8217;avete visto andare in cielo</strong></em> (At 1,11)</p>



<p>Resta la tensione, perché questa terra attende ancora di essere riempita di Dio, di diventare tutta redenta e salvata, di essere tutta splendente della sua gloria. Verrà dal cielo il Risorto, verrà ancora una volta, per rendere piena la gioia.</p>



<p>Certo, non possiamo sfuggire alla terra, rifugiandoci in sogni celesti, perché il cielo è già qui, ed è qui che si compie il mistero, è qui che verrà il Risorto glorioso. Ma la Chiesa e il credente sanno che non dalla terra traggono vita, non alla terra possono affidare il futuro, non dalla terra nascerà il bene.&nbsp;</p>



<p>Ascensione è questo e questo soltanto: sapere che i nostri piedi sono piantati e saldi qui in terra, perché questa carne mortale è già seduta nei cieli, è già alla destra di Dio. E di là un giorno il Cristo ritornerà per rendere perfetto e compiuto ciò che, già ora, è promesso e iniziato.</p>



<p>L’Ascensione è festa diversa perché ci chiede di muovere la nostra vita e di rendere pieno e concreto l’evento. Non ci basta guardare la sua assenza, serve rintracciare e donare la sua presenza, non ci basta levare gli occhi al cielo, ma occorre guardare alla terra e qui scovare le sue tracce e qui donare agli altri la possibilità di vederlo e incontrarlo.</p>



<p>L’Ascensione è festa della Chiesa, testimone di un dono che si fa presenza, di un annuncio che si fa storia, di una fede che si fa vita.Un solo corpo è quello del Cristo Risorto: quello che è in cielo e quello che è in terra, e in questo corpo ci siamo anche noi, siamo anche noi questo corpo glorioso. E mentre siamo in cammino siamo anche in attesa che si compia il tempo e che dal cielo ritorni il Cristo Risorto per rendere uno ciò che ora è diviso, per rendere eterno ciò che ora è spezzato, per rendere tutti gloriosi con lui.</p>



<p><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20210516" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Liturgia della Parol</a><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20240512" target="_blank" rel="noreferrer noopener">a</a></p>



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<p>Marco Manco</p>
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<p>Marco Manco</p>
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		<title>Perché la Chiesa sia in pace</title>
		<link>https://www.rileggendo.it/2024/04/26/perche-la-chiesa-sia-in-pace/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Manco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2024 15:11:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Pasqua ci fa conoscere il mistero che ci unisce a Cristo e ai fratelli. Siamo tralci di un'unica vite. Credere nel Risorto, allora, è restare uniti a lui e, insieme ai fratelli, portare frutti di vita nuova e abbondante. Senza di lui non possiamo far nulla. Il Padre, l'agricoltore, vuole che la nostra vita, unita a quella di Cristo e, attraverso di lui, a quella di tutti i fratelli, diventi dono che non si misura, abbondanza che non viene meno, bellezza che non si consuma.<br />
E allora dobbiamo lasciarcelo ridire senza preamboli: abbiamo bisogno di un pastore, ci serve una guida che sappia orientare i nostri passi, che sappia condurci e tenerci vicini, che sappia difenderci e proteggerci da tutto, persino dalla stessa vita.</p>
<p>E allora con il coraggio di vedere ciò che già sappiamo e proviamo a nascondere, lasciamo che la Parola ci dica di Lui e poi dica anche di noi.</p>
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<p class="has-small-font-size">V Domenica di Pasqua B (At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8)</p>



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<p>La Pasqua ci fa conoscere il mistero che ci unisce a Cristo e ai fratelli. Siamo tralci di un&#8217;unica vite. Credere nel Risorto, allora, è restare uniti a lui e, insieme ai fratelli, portare frutti di vita nuova e abbondante. Senza di lui non possiamo far nulla. Il Padre, l&#8217;agricoltore, vuole che la nostra vita, unita a quella di Cristo e, attraverso di lui, a quella di tutti i fratelli, diventi dono che non si misura, abbondanza che non viene meno, bellezza che non si consuma.  </p>



<p><strong><em>Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo.<br>Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù</em></strong> <em>(At 9,26-27)</em></p>



<p>Sin dall&#8217;inizio, la comunità dei credenti ha vissuto, al suo interno, il turbamento e la diffidenza. Si diffida degli altri quando non si conosce la loro storia, quando non si intuisce che anche loro sono raggiunti e graziati da una Parola che sana e pota, che libera e rinnova. Tutti hanno paura di Saulo, eppure proprio lui ha visto il Signore e ascoltato le sue parole. Dovremmo, per essere Chiesa, ascoltare le storie degli altri, la vita di coloro che non conosciamo, di quelli di cui, forse, abbiamo ancora paura. Potremmo allora scoprire parole divine che non conosciamo, sussulti rimasti nascosti, speranza tenute sopite. La storia dei nostri fratelli è sempre storia divina perché Dio ha scelto di non restare nascosto, di farsi vedere e conoscere, di farsi incontrare e ascoltare. Eppure non è semplice fidarsi degli altri e, per questo, diffidiamo spesso di Dio. Anche per Saulo non fu semplice. <strong><em>Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo</em></strong> <em>(At 9,29)</em></p>



<p>Ogni volta che diffidiamo degli altri, rischiamo di uccidere Dio e la sua parola, di far morire sul nascere l&#8217;opera che Dio ha voluto. Ci vuole stupore e silenzio per scorgere, oltre ogni apparenza, l&#8217;opera che Dio va compiendo, il futuro che egli sta costruendo. Eppure, l&#8217;autore degli Atti ci meraviglia, con il suo ottimismo.</p>



<p><strong><em>La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. </em></strong></p>



<p>Non so se la Chiesa sia mai stata davvero in pace. Forse, come raccontano gli Atti, la Chiesa era in pace solo perché Saulo fu mandato altrove. Basta uno sguardo alle nostre comunità e ai loro pastori, ai teologi e ai devoti. Sembra che sia sempre tempo di conflitti e di aspri contrasti. </p>



<p>A cosa bisogna dare il primato? A Dio o agli uomini? Alla preghiera o alle opere? Alla fede o all’amore? (Per dirla in termini complicati: conta di più l’ortodossia, cioè credere in Dio così come egli si rivela e manifesta nell’insegnamento della Chiesa o conta di più l’ortoprassi ossia il comportamento d’amore e quindi le opere buone e giuste che siamo in grado di compiere?). E cosa vuol dire essere cristiani? E la Chiesa, invece di consolidarsi e crescere di numero, con il conforto dello Spirito, va in cerca di altri conforti, di altri cammini e cresce il timore del presente e del futuro, quasi dimenticando il timore del Signore nel quale camminare. Ci fidiamo poco di Dio e della sua parola. Ci affidiamo poco allo Spirito e ci fermiamo a piangerci addosso. Ci manca la fede nel Risorto e la fiducia negli altri. Ci manca il coraggio di restare ancorati a quella Parola che sola può darci futuro e riscattare il presente.</p>



<p><strong><em>Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore</em></strong>. <strong><em>Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo </em></strong><em><strong>taglia</strong></em> <strong><em>e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.</em></strong> <strong><em>Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato</em></strong> <em>(Gv 15,1-3)</em></p>



<p>Stupisce che Gesù, per parlare di sé, continui a parlare di noi. “Io sono la vite vera”, dice, e non si dà una vite senza i tralci, non si dà un ceppo senza i germogli. Non si può dire di noi senza dire di lui e diventa difficile dire di lui senza dire di noi. La Pasqua è questo: ci ha unito a sé e ci ha resi suoi.&nbsp;Non possiamo pensarlo senza di noi e non possiamo pensarci senza di lui.</p>



<p>Lui è la vite e noi i tralci perché c’è un Padre che desidera il vino della festa e già prepara la gioia del banchetto. La vite e i tralci perché sia donato il frutto gustoso, perché sia inebriata la storia del mondo. La vita dei cristiani è tutta qui: preparare con Dio la gioia e la vita del mondo. </p>



<p>Ma un tralcio non vive da sé e non vive per sé. Un tralcio vive per la vita che riceve, per la linfa che lo abita, per l’amore che scorre in lui e che ha altrove l’origine e altrove ha il suo frutto.&nbsp;</p>



<p>Rimanere ancorato alla vite ed essere portatore di frutto. Non si dà una cosa senza l’altra. Un tralcio riceve la linfa se rimane innestato e legato al ceppo che gli dona la vita. E il tralcio non può trattenere la linfa, non può renderla inutile, non può usarla per rendersi bello e aggraziato: un tralcio è fatto per dare frutto.&nbsp;</p>



<p>Per questo il Padre taglia i tralci che ormai sono morti, quelli nei quali la linfa non scorre, quelli che hanno fatto morire la vita. Perché anche la vita muore se non è condivisa.</p>



<p>E, a volte, i tralci sono troppo impegnati a produrre e mostrare pampini e il rischio è di scambiarli per frutti. E allora Dio pota i tralci con la Parola che taglia ed elimina ciò che non serve, ciò che rende pesanti, ciò che non produce e non dona il frutto. La Parola a volte è lama tagliente, che ferisce e fa sanguinare. Ma se la Parola taglia e ferisce è solo perché abbondi il frutto. E a volte anche la vita, le scelte e la storia ci potano, quando, invece di maledire ciò che ci accade, leggiamo in tutto la presenza di Dio e scopriamo parole che donano un senso. </p>



<p><strong><em>Rimanete in me e io in voi</em></strong> <em>(Gv 15,4)</em> <strong><em>Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla</em></strong> <em>(Gv 15,5</em>)</p>



<p>Rimanere è in Giovanni un verbo divino. È il verbo dell’amore e della fede. Lui in noi e noi in lui. Si rimane perché si è amati, perché si è vivi, perché non si può andare altrove. Rimanere in lui e lasciare che lui rimanga in noi. </p>



<p>È bello guardare ai frutti, a quelle fioriture d’amore che rendono bello il nostro lavoro, che danno senso alla nostra fatica, che rendono sensato il nostro tormento. Ma non c’è frutto, non c’è amore, non ci sono opere belle se non in lui: senza di lui non possiamo far nulla.&nbsp;</p>



<p>E allora è bene dircelo chiaro: non sappiamo donare vita, non possiamo imitare la vite, non possiamo fare da noi. E questo a volte ci turba, ci sembra ci tolga il diritto di dire: l’ho fatto io, è opera mia!&nbsp;</p>



<p>E a volte ci viene la voglia di fare da noi, di imitare l’amore di Cristo, pensiamo di poter fare come lui ha fatto, di essere noi a portare frutto, di essere noi a salvare la storia. Pensiamo di poterci staccare dal ceppo, di allontanarci dagli altri tralci che insieme con noi danno il frutto, ma non abbiamo terra su cui piantarci, non abbiamo vita sulla quale contare, non abbiamo frutti da poter donare.&nbsp;</p>



<p>È difficile, soprattutto dopo che abbiamo fatto qualcosa di di bello, restare e rimanere attaccati alla vite. Guardiamo al frutto e corriamo il rischio di pensare sia nostro, di esserne in grado da soli. È forse per questo che alcuni, dopo aver prodotto frutti grandi di vita e di amore, ad un tratto diventano sterili. Forse ci si lascia prendere un po’ troppo la mano, ci si monta la testa e si pensa di poter fare da soli. Ed è allora che si inaridisce la vita.</p>



<p>Possiamo quindi dircelo senza paura: non ho le forze per amare, non ho il coraggio di perdonare, non so produrre frutti, non ho vita abbastanza da donarne a chi è privo, non so rendere più bella la storia.</p>



<p>Proprio per questo sono solo tralcio che riceve la vita e la rende frutto, che riceve l’amore e lo rende operoso, che attinge la gioia e la condivide. Non tocca far tutto a me. Non so fare nulla da solo. </p>



<p>E tutti siamo lì, tralci di un’unica vite, strumenti di un’unica vita, testimoni di un unico amore. E ciò che unisce me agli altri è la vite, la linfa d’amore che ci scorre dentro e non ci appartiene.</p>



<p><strong><em>In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli</em></strong> <em>(Gv 15,8)</em></p>



<p>Non ci sono altri motivi per cui esiste la Chiesa. Non ci sono altri motivi per dirsi credenti: diventare suoi discepoli (rimanere in lui) e portare frutto. E una cosa non si dà senza l’altra. E una cosa è verifica dell’altra. E allora possiamo smetterla di contrapporre la fede all’amore, la preghiera all’azione, la Parola alla vita, Dio e gli uomini. Lui è la vite e noi i tralci e solo se restiamo in lui possiamo portare i frutti di cui gli uomini hanno bisogno. E il primo di questi è l&#8217;amore.</p>



<p><strong><em>Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli al</em></strong><em><strong>tri</strong></em> <em>(1Gv 3,23)</em></p>



<p>In sintesi estrema Giovanni ci presenta chi sono i cristiani. Credere nel Figlio e amare i fratelli che è come dire rimanere nella vite e portare frutto. Questo è il comandamento e non ci è dato di scegliere. Non possiamo separare ciò che Dio ha unito. Non ci sono opzioni possibili, non è ammessa la scelta. L’amore cristiano non si dà senza la fede e la fede cristiana non si dà senza l’amore concreto per gli altri.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità</em></strong> <em>(1Gv 3,18)</em></p>



<p>Per amare non bastano le parole, eppure forse noi cristiani potremmo almeno iniziare da quelle. Dovremmo coltivare il gusto di parole d’amore, di frasi gentili, che donino il sapore dell’accoglienza. Dovremmo fare la differenza già nelle nostre parole. Poi però servono anche i fatti, la concretezza delle scelte e delle azioni. L’amore non è una favola bella, l’amore è fatto di mani sporche, di portafogli che si svuotano, di occhi che si commuovono, di braccia che stringono, di mani che risollevano, di lacrime che si condividono, di ferite che si ricevono. L’amore è vicinanza e delicatezza, attenzione e cura. Amare è guardare l’altro nella sua fragilità e riconoscere le potenzialità inespresse, le ricchezze inesplorate. Amare è guardare chi ha sbagliato e scoprire riserve di vita, futuri da donare, speranze e riscatti da promuovere. Amare è guardare ai feriti dalla vita e medicarli e risanarli perché sappiamo rimettersi e restare in piedi.</p>



<p>Ma all’amore non bastano nemmeno i fatti. L’amore con i fatti non è ancora cristiano. Bisogna che l’amore cristiano sia fatto nella verità. E la Verità è Cristo che svela a noi l’identità di Dio e la nostra. Amare nella Verità significa allora che la nostra vita d’amore nasce da Cristo, Parola del Padre che ha preso carne. È Cristo il motivo e l’origine, la sorgente e il modo del nostro amore. L’amore cristiano è la stessa fede in Cristo che diventa vita, che si fa storia, che si traduce in racconto vissuto dell’amore del Padre. L’amore cristiano è possibile se lasciamo che Cristo, che è Verità, renda nuova la nostra vita e ci abiliti a vivere come lui perché i fatti da noi compiuti rivelino il volto di Dio e siano annuncio del suo amore.&nbsp;&nbsp;</p>


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<p><em><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20240428" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Liturgia della Parola</a></em></p>
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<p>Marco Manco</p>
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<p>Marco Manco</p>
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		<title>In cerca di un pastore</title>
		<link>https://www.rileggendo.it/2024/04/19/in-cerca-di-un-pastore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Manco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Apr 2024 15:58:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci vuole coraggio e una dose d’incoscienza per ascoltare ancora la storia del pastore e delle pecore, del gregge e dei recinti. È un bagno di umiltà la Parola. Ci immerge nella verità di ciò che siamo e viviamo. Ci fa guardare dentro, ci priva dei mondi e dei concetti che abbiamo costruito e ci fa vedere, nuda come è sempre, la carne vera della nostra umanità. </p>
<p>E allora dobbiamo lasciarcelo ridire senza preamboli: abbiamo bisogno di un pastore, ci serve una guida che sappia orientare i nostri passi, che sappia condurci e tenerci vicini, che sappia difenderci e proteggerci da tutto, persino dalla stessa vita.</p>
<p>E allora con il coraggio di vedere ciò che già sappiamo e proviamo a nascondere, lasciamo che la Parola ci dica di Lui e poi dica anche di noi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">IV Domenica di Pasqua B (At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18)</p>



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<p>Ci vuole coraggio e una dose d’incoscienza per ascoltare ancora la storia del pastore e delle pecore, del gregge e dei recinti. È un bagno di umiltà la Parola. Ci immerge nella verità di ciò che siamo e viviamo. Ci fa guardare dentro, ci priva dei mondi e dei concetti che abbiamo costruito e ci fa vedere, nuda come è sempre, la carne vera della nostra umanità.&nbsp;</p>



<p>E allora dobbiamo lasciarcelo ridire senza preamboli: abbiamo bisogno di un pastore, ci serve una guida che sappia orientare i nostri passi, che sappia condurci e tenerci vicini, che sappia difenderci e proteggerci da tutto, persino dalla stessa vita.</p>



<p>E allora con il coraggio di vedere ciò che già sappiamo e proviamo a nascondere, lasciamo che la Parola ci dica di Lui e poi dica anche di noi.</p>



<p><em><strong>Io sono il buon pastore</strong> (Gv 10,11a)</em></p>



<p>Gesù si rivela come il Pastore di cui abbiamo bisogno. Ci fa bene sentirci ripetere che c’è un Pastore e che è l’unico vero. Ci fa bene perché, al di là di ogni dolcezza, ci ricorda che ne abbiamo bisogno! Ed egli rivelando la sua identità ci mostra anche la nostra.&nbsp;</p>



<p>Abbiamo elevato a valore il saperci individui, autonomi, liberi e separati dagli altri, ciascuno bastante a se stesso. E poi ci ritroviamo a leccarci le ferite, rinchiusi nelle verità presunte che abbiamo elevato a torri di difesa e di attacco. Siamo incapaci di riconoscerci e di saperci vicini, sempre attenti a difendere quella che chiamiamo libertà e autonomia e che è il bel nome che diamo al nostro essere ondivaghi, senza meta e senza strada, senza scopo e senza senso.&nbsp;</p>



<p>Ci siamo separati dagli altri per non essere gregge e rischiamo di diventare gregari, massa senza nomi e senza volto, sempre alla ricerca di un ideale di turno o di una battaglia che ci faccia sentire vivi, di un leader al quale affidare la sorte e con essa il bisogno di sentirci utili. Vorremmo essere liberi, senza una guida e un pastore, e poi smaniamo per conquistare l’attenzione del primo mercenario di turno, che sia persona o ideale, idea o ideologia, progetto o riforma, visione o conquista. E saremmo pronti per questi a dare persino la vita, soprattutto quella degli altri.</p>



<p><em><strong>Il buon pastore dà la propria vita per le pecore</strong></em> <em> (Gv 10,11b)</em></p>



<p>C’è un Pastore vero, che vede che non possiamo e non sappiamo fare da soli e, invece di sfruttare a suo vantaggio la cosa, mette in gioco e mette a rischio la sua vita perché ogni pecora possa avere la vita ed entrare nel gregge.</p>



<p>E allora vivere e accogliere la Pasqua è sapere che c’è un Pastore al quale importiamo, uno che ci ha a cuore, uno che non si serve di noi, ma si pone al nostro servizio, al punto da far diventare nostra la vita che è sua.&nbsp;</p>



<p>Abituati e scottati da tanti mercenari, da tanti che ci hanno conquistati, umiliati, prezzati, abbandonati e dispersi, facciamo fatica a pensare che ci sia una logica nuova. C’è qualcuno che ci riconosce per quello che siamo e, invece di usare la nostra vita per sé, è disposto a mettere in gioco la sua vita per noi.</p>



<p>Sapersi e riconoscersi pecore non è sminuire un’identità, non è limitare le potenzialità, non è nemmeno rinunciare alla libertà. Riconoscersi pecore è sapere che non siamo in grado di badare a noi stessi, di liberarci da soli, di moltiplicare da soli la vita che è in noi. Abbiamo bisogno di essere amati perché solo quello ci tiene in vita. Riconoscersi pecore è sapere che ci perdiamo per strada, che non sappiamo avere la meglio sui lupi, che siamo sempre a rischio di disperderci e perderci. E alla fine bisogna con amore e franchezza che qualcuno ce lo ricordi. O ci lasciamo guidare da lui o ci sarà sempre un mercenario, al quale non importa nulla di noi, che ci lascerà dispersi e rapiti.</p>



<p>Il Pastore vero ha una vita, la sua, da donarci e da mettere in gioco. Per questo possiamo fidarci, per questo possiamo affidarci.&nbsp;</p>



<p><em><strong>Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, c<em>osì come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.</em></strong></em> <em> (Gv 10,14)</em></p>



<p>Siamo suoi e a lui importa di noi perché siamo legati a lui da una conoscenza che parte dal Padre e raggiunge ciascuno di noi. Non quella conoscenza limitata e asfittica della mente, ma quella piena e sempre nuova dell’amore, che unisce e rende vivi, che libera e crea legami.</p>



<p>Siamo investiti da una cascata di conoscenza, che è uno dei nomi dell’amore, che ci avvolge e ci supera. Dal Padre al Figlio, dal Figlio a noi e da noi al Figlio in quello scambio dell’unico Amore che crea comunione e rinnova la vita.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>È la Pasqua la sorgente di questa conoscenza amorosa che ci rende vivi, ci rende un unico gregge e ci libera dalla smania dell’individualismo, dell’identificazione, dell’autosufficienza e della contrapposizione. Siamo pecore perché abbiamo un Pastore che non ci toglie la vita, non prende da noi, non annulla chi siamo. Possiamo fidarci perché non ci chiede di rinunciare alla vita ma di accoglierne una più alta, più vera e più libera.&nbsp;</p>



<p><em><strong>Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!</strong> (1Gv 3,1)</em></p>



<p>Siamo davvero figli di Dio! Lo siamo realmente. Lo siamo nella carne, nella storia e nel tempo. Già ora e già qui. Lo siamo per il grande amore che il Padre ci ha dato, amore che possiamo vedere e toccare nel Figlio, amore che possiamo conoscere, vivere e rendere vero se lasciamo che l’amore del Padre ci renda fratelli.&nbsp;</p>



<p>E allora è inutile contrapporre e dividere amori. C’è un solo unico amore, quello del Padre che si è fatto dono concreto nel Figlio. È quello l’amore che possiamo donare agli altri diventati fratelli, agli altri diventati con noi un unico gregge. L’amore ci precede e ci dà forma.&nbsp;</p>



<p>Rischiamo di fare il gioco dei mercenari quando immaginiamo di dover creare comunione partendo da noi. Al primo fallimento, alla prima delusione, al primo contrasto abbandoniamo il resto del gregge e ci resta la fuga per ammaliare altre pecore. Idee e teorie, logiche e tecniche, progetti e percorsi hanno senso solo se diventano strumenti umani che aiutano e stimolano a sentire e rendere vivo il dono d’amore che ci fa figli e fratelli. Solo quello basta per essere gregge e poi ascoltare la sua voce e lasciare che egli ci guidi sui sentieri complessi del vivere.</p>



<p><em><strong>Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore</strong></em> (<em>Gv 10,16b</em>)</p>



<p><em><strong>Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata testata d’angolo</strong></em> (<em>At 4,11</em>)</p>



<p>Si può essere un solo gregge, si può edificare una comunità, si può vivere la comunione solo attorno alla pietra angolare, solo se si ascolta la voce del vero pastore. Non c’è unità, non c’è comunione, non c’è Chiesa e, forse, nemmeno amore, se non riconoscendo che tanti costruttori hanno fallito e continuano a farlo perché hanno scartato la pietra angolare e hanno messo a tacere la voce del pastore. È facile cadere preda del fascino dei mercenari, di altre voci suadenti e serene, è facile pensare di mettere come pietra angolare una idea più nostra e più nuova. Abbiamo tante parole, tanti fondamenti e teorie che sembrano andar bene per costruire qualcosa che sia bello ed eterno.&nbsp;</p>



<p>Eppure non si può costruire se non partendo da lui, non si può riunire se non ascoltandolo, non si può ricreare se non accogliendo la vita che lui continua a donarci.</p>



<p>E questa unità, questa comunione, questa Chiesa, questa umanità rinnovata non nasce per impegni e progetti, per visioni lungimiranti, per ancoraggi nel passato glorioso e nemmeno perché si sognano rivoluzioni o riforme che rendano possibile ciò che oggi ci appare lontano.&nbsp;</p>



<p>La comunione non nasce a tavolino, non emerge dalle nostre carte, nemmeno dalle nostre teste e nemmeno dai nostri sentimenti. Tutto questo non nasce davvero da noi. La comunione e l’amore hanno nella Pasqua la loro fonte: è la pietra scartata che è diventata pietra angolare. E lui vede pecore da guidare lì dove noi vediamo nemici.&nbsp;</p>



<p><em><strong>Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui</strong></em> <em>(1Gv 3,1b)</em></p>



<p>Siamo pecore e siamo figli, legati al Padre perché il suo amore pasquale ci ha tratto fuori dall’anonimato, da ciò che è perduto, da ciò che è mercato, da ciò che è senza volto e senza storia. Siamo figli perché ci conosce, ci ama e chiama per nome.&nbsp;</p>



<p>Eppure il “mondo” non ci conosce e non ci ama. E allora giochiamo al ribasso, ci coglie la voglia di assumere i tratti del “mondo”, di farci simili agli altri, di rinunciare al nome di figli, al nostro essere pecore.&nbsp;</p>



<p>E forse, nonostante il nostro disappunto, dovremmo saperlo. Se siamo figli non possiamo essere amati dal “mondo”, da ciò che è mondano e segue logiche altre, diverse e opposte a quelle di Dio. Dio ama tutti gli uomini, “Dio ha tanto amato il mondo”, ma c’è in noi e attorno a noi un “mondo” che ancora non conosce (ama) Dio e quindi non può conoscere (amare) i suoi figli.</p>



<p>E allora quando ti starà stretto l’essere figlio, l’essere pecora, l’essere uno nel gregge, piuttosto che andare lontano, che rivendicare libertà e autonomia, fermati e lascia che la parte di “mondo” che è in te sia raggiunta dal grande amore del Padre.&nbsp;</p>



<p>E poi non ti resta che essere nel mondo eco e presenza del pastore vero, Figlio che sa donare l’amore che ti ha reso figlio.&nbsp;</p>



<p>E sarà lui a fare il resto!&nbsp;</p>



<p><br></p>


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<p><em><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20240421" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Liturgia della Parola</a></em></p>
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<p>Marco Manco</p>
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<p>Marco Manco</p>
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		<title>Per non credere ad un fantasma</title>
		<link>https://www.rileggendo.it/2024/04/12/per-non-credere-ad-un-fantasma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Manco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2024 16:50:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rileggendo.it/?p=2793</guid>

					<description><![CDATA[<p>La storia di Pasqua è storia vera, intrisa di sangue, di corpo e di vita. Credere alla Pasqua è scorgere, in ogni piega, i segni di un Dio che ha scelto di stare dalla parte degli uomini. C'è sempre il rischio di credere al Risorto come fosse un fantasma, qualcosa di vago e di evanescente, di sfuggente e senza storia. Credere, invece, è vivere per intero il mistero in cui Dio rivela se stesso. Di questa, che è storia d'amore e di passione, siamo testimoni ogni volta che la rendiamo viva nella nostra carne e crediamo, con le nostre scelte, che il Santo e il Giusto vince su tutto il male del mondo e apre ad ognuno la via del  perdono. </p>
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<p class="has-small-font-size">III Domenica di Pasqua B (At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5; Lc 24,35-48)</p>



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<p>La storia di Pasqua è storia vera, intrisa di sangue, di corpo e di vita. Credere alla Pasqua è scorgere, in ogni piega, i segni di un Dio che ha scelto di stare dalla parte degli uomini. C&#8217;è sempre il rischio di credere al Risorto come fosse un fantasma, qualcosa di vago e di evanescente, di sfuggente e senza storia. Credere, invece, è vivere per intero il mistero in cui Dio rivela se stesso. Di questa, che è storia d&#8217;amore e di passione, siamo testimoni ogni volta che la rendiamo viva nella nostra carne e crediamo, con le nostre scelte, che il Santo e il Giusto vince su tutto il male del mondo e apre ad ognuno la via del  perdono. </p>



<p><strong><em>Pietro disse al popolo: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l&#8217;autore della vita, ma Dio l&#8217;ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni</em> </strong><em>(At 3,13-15)</em></p>



<p>Le letture di questa domenica si intersecano l&#8217;una nell&#8217;altra. Pietro racconta che il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe, il Dio dei padri, quello che le Scritture ci rivelano, quello che la storia ci ha fatto vedere, è lo stesso Dio che ha glorificato il suo servo Gesù. Contro ogni tentativo di separare Gesù dalla fede del popolo eletto e della rivelazione che ad essi è donata, annuncia che il Santo e il Giusto è l’uomo su cui converge tutta la storia che Dio ha intessuto con il suo popolo. La Scrittura conduce e orienta a lui. Coloro che hanno consegnato e rinnegato Gesù hanno permesso che l’autore della vita venisse ucciso ma Dio non si è arreso di fronte al male. Noi siamo testimoni, ricorda Pietro, che Dio l&#8217;ha risuscitato.</p>



<p><em><strong>Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati»</strong></em> <em>(At 3,17-19)</em></p>



<p>E Pietro, mentre accusa coloro che hanno consegnato Gesù, li scusa per ciò che hanno fatto. Hanno agito per ignoranza, ma, attraverso le loro azioni, è Dio a compiere il suo disegno di amore e di salvezza. Il Cristo doveva soffrire, l’autore della vita essere ucciso. Ciò è avvenuto non per caso o per incidente, ma perché si compisse ciò che era scritto. La passione e la morte di Gesù sono il compimento della Scrittura, il luogo in cui la rivelazione di Dio giunge al suo culmine. </p>



<p>E ancora subiamo lo scandalo di quanto accaduto. Ci sembra più semplice riportare tutto a questioni storiche, di potere e di gelosie, di opportunità e tornaconto. Eppure la Pasqua nasce da altro. Non è l’esito di una qualsiasi cronaca, ma è il punto più alto in cui Dio si rivela. Il Santo e il Giusto doveva soffrire e morire in quel modo indegno. E Dio lo ha risuscitato. </p>



<p>E tra quel “doveva” e la risurrezione si pone tutto il travaglio della nostra fede. Essere testimoni della risurrezione, infatti, è possibile solo prendendo sul serio la passione e la morte di Cristo. Prendendo sul serio la Scrittura che indica che Dio non ha voluto altre vie alternative. </p>



<p>Prendere sul serio la rivelazione che si è compiuta sulla croce apre la possibilità della conversione e del cambiamento di vita. La conversione è avere una mente nuova, un modo nuovo di pensare. Si tratta di accogliere criteri e pensieri altri, rispetto a quelli che sono umani. Convertirsi è volgere la mente a Dio per accogliere il suo pensiero. E poi bisogna cambiare vita, letteralmente, un ritornare. Si può ritornare a Dio, si può riorientare il cammino, riprendere la giusta strada perché Dio si è messo dalla nostra parte, ha scelto di cancellare i nostri peccati. Non c’è ritorno possibile, se non si vede ciò che Dio ha compiuto. Non c’è perdono da chiedere, se non si vede l’abbondanza d’amore. Non c’è speranza futura, se non si coglie che è Dio ad aver preparato il cammino.</p>



<p><em><strong>Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo</strong></em> <em>(1Gv2,1-2)</em></p>



<p>Certo, sarebbe meglio non peccare, lasciando che lo Spirito viva in noi e ci plasmi e trasformi rendendoci figli nel Figlio. Eppure, il peccato resta. Ma più del peccato resta l’amore, resta il giusto, Gesù Cristo, che si è fatto nostro Avvocato. La vittima diventa Avvocato e si schiera dalla nostra parte. È lui che, presso il Padre, parla a nostro favore perché ci ama e ha preso su di sé il nostro male, l’inimicizia che ci divide, l’ingiustizia che ci rende cattivi, l’odio che ci rende nemici. Tutto in lui si fa redenzione. Egli è vittima del nostro male perché, accogliendo su di sé il male del mondo e di ognuno, al male risponde col bene, con l’amore che non viene meno, col perdono che disarma il nemico, con la misericordia che annienta il peccato. Gesù si è fatto vittima perché il nostro male sia ingoiato e annientato. E tutto il mondo, guardando a lui, può vedere che il male non ha l’ultima parola, che l’ingiustizia non richiede vendetta, che l’odio non riceve odio. I peccati del mondo si riassorbono in lui e, per lui, tutto diventa grazia, che consola e perdona, che giustifica e sana, che ama e redime, che accoglie e purifica.</p>



<p><em><strong>Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c&#8217;è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l&#8217;amore di Dio è veramente perfetto</strong></em> <em>(1Gv 2,3-5a)</em></p>



<p>Chi davvero conosce il Cristo, vittima e avvocato,  può soltanto amare a sua volta. Osservare i comandamenti, infatti, è accogliere l’amore e di questo vivere. Non basta conoscere perché Dio non è teoria, un fantasma senza carne né storia. Serve che tutte le scelte e la vita intera prendano la forma di colui che è conosciuto. Conoscere è avere in sé la verità, avere in sé il Cristo, parola che dice il senso, che insegna e guida ad essere come egli è. Osservare i comandamenti non è semplice obbedienza alla legge, ma accoglienza di un dono nuovo, della verità che abita in noi, della Parola che è Cristo e dà forma a noi stessi, ai nostri pensieri e alle nostre scelte. Osservando la parola di Dio, che è il Cristo, l’amore di Dio giunge in noi a perfezione, la sua traiettoria è pienamente compiuta. L’amore che Dio ha per noi è amore che ci raggiunge e ci plasma, ci fa vivere la vita del Figlio, rendendoci capaci di amare come egli ha amato, di vivere come egli ha vissuto.</p>



<p>Dobbiamo comprendere bene. Abbiamo il potere di rendere imperfetto l’amore di Dio, di renderlo monco e incapace. Egli ci ama ma il suo amore è forza che chiede accoglienza, custodia e cura. Solo così è amore che compie ogni cosa, rinnova e dà forma nuova, si incarna in parole e scelte, in gesti e stili nuovi. E allora l’amore, rendendoci nuovi, diventa perfetto e raggiunge il suo scopo. Dio, amandoci, smuove la vita e la rende divina. L’amore di Dio diventa evento che ci trasforma, che ci prende e ci assimila a lui.</p>



<p><strong><em>[I due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.</em> <em>Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro (</em></strong><em>Lc 24,35-43)</em></p>



<p>È questa la Chiesa autentica, annuncio che va di voce in voce, testimonianza che ciascuno dona, esperienza che va raccontata. Bisogna avere il coraggio di dire come si riconosce Gesù, quali sono i gesti con cui egli si dona, si fa vedere e riconoscere. E proprio allora, quando il racconto si fa comunione, Gesù si rende presente, resta in mezzo ai suoi testimoni. </p>



<p>Tuttavia, quando egli si fa vedere sono tutti sconvolti e impauriti, pensano di vedere un fantasma. Non ci si abitua alla passione di Dio. Non ci si rassegna a Gesù che, morto, risorge. Perché siamo turbati e sorgono dubbi? Abbiamo dubbi sul modo in cui egli è morto, siamo turbati perché egli è risorto. La sua è storia che non possiamo consegnare alla storia, non è cronaca che si può rinchiudere. </p>



<p>Abbiamo dubbi e turbamento. Eppure egli è lì, a mostrare le mani e i suoi piedi, la sua carne che sa di vissuto, il suo corpo che sa di storia. L’invito a toccarlo e a guardare risuona ci invita a non ridurre la passione e la Pasqua a segni e simboli di qualcosa di altro, di rinascite e consapevolezze, di lotta fino alla fine, di occasione da prendere, di successi che nascono dopo essere sprofondati. </p>



<p>La storia di Gesù non è favola per entusiasmare, non è raccontino per destare speranza, non è metafora per rinforzare la stima e trovare soluzioni a buon mercato. La sua è storia che sa di sangue, di passione e di dolore. La sua è storia di terra, impastata di cruda umanità. </p>



<p>Il Risorto non è un fantasma o allegoria.Non è qualcosa di evanescente o aleatorio, di intellettuale o sentimentale. L’incontro con lui è vita che si fa piena, è carne che si fa impegno, è storia che diventa vissuto. Non è un fantasma che scompare e aleggia, è presenza che non abbandona. È corpo che ci rende umani, è pane che, spezzato, ci ricompone, è cibo che unisce e rende fratelli. E, forse, a turbarci e stupirci è proprio che Dio abbia scelto di farsi strada in questo modo. Nel segno dell’amore e della croce, delle ferite e della passione, del dono e della condivisione, della morte che si trasforma in vita piena. Credere a lui è scelta che impegna, cambia la mente e sovverte la vita. Credere in lui è accogliere, in questa storia, la concretezza di un amore inaudito.</p>



<p><em>Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni»</em> (<em>Lc 24,44-48</em>)</p>



<p>E ritorna anche qui quel “bisogna”, quel dovere che le Scritture si compiano. Tutto ha parlato di lui e ogni momento della storia di Dio con il suo popolo mirava a lui che ne è il compimento. Ed è lui la chiave che apre ogni cosa, apre la mente e le Scritture, apre il cuore e la comprensione.</p>



<p>E noi siamo testimoni che non c’è altra via per conoscere Dio se non quella che il Figlio ha percorso. È la via che incrocia le vie di ogni giorno per giungere, fin sulla croce e al sepolcro, dove Dio ha aperto strade impossibili e inattese. Ed è di questo, di quest&#8217;amore che si fa perdono, di questa passione che si fa comunione, di questo dono che rinnova la vita che noi possiamo essere testimoni. Perché la Pasqua non è la storia di un fantasma, ma di una vita diventata possibile.</p>



<p><br></p>


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<p><em><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20240324" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Liturgia della Parola</a></em></p>
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<p>Marco Manco</p>
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<p>Marco Manco</p>
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		<title>Pasqua è credere che l&#8217;amore è possibile</title>
		<link>https://www.rileggendo.it/2024/04/05/pasqua-e-credere-che-lamore-e-possibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Manco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Apr 2024 09:20:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Pasqua è vita che irrompe nella nostra storia, è amore che dilaga e non ammette confini, è gioia che invade il cuore, è pace che riveste ogni cosa, è perdono che rende fratelli. Il giorno di Pasqua è un’alba che non conosce tramonto e illumina, della sua luce, ogni altro giorno. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.rileggendo.it/2024/04/05/pasqua-e-credere-che-lamore-e-possibile/">Pasqua è credere che l&#8217;amore è possibile</a> proviene da <a href="https://www.rileggendo.it">Rileggendo</a>.</p>
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<p class="has-small-font-size">II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia B (At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31)</p>



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<p>La Pasqua è vita che irrompe nella nostra storia, è amore che dilaga e non ammette confini, è gioia che invade il cuore, è pace che riveste ogni cosa, è perdono che rende fratelli. Il giorno di Pasqua è un’alba che non conosce tramonto e illumina, della sua luce, ogni altro giorno.&nbsp;</p>



<p><strong><em>La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un&#8217;anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore</em></strong> (<em>At 4,32-33</em>)</p>



<p>È la Pasqua a renderci Chiesa, comunità di fratelli e sorelle che credono nel Crocifisso risorto e, solo per questo, hanno un cuore solo e un’anima sola e tutto hanno tra loro in comune.&nbsp;</p>



<p>E se guardiamo oggi alla Chiesa, alle nostre comunità e famiglie, sperimentiamo divisione e contrasti, litigi e maldicenze, chiacchiere e accuse. E il dubbio è che la fede sia sempre più poca, che sia venuta meno la certezza della risurrezione. Tanti sono i motivi per cui la Chiesa è in crisi, il Vangelo non sembra apprezzato e la fede non riceve consensi. Eppure, primo tra tutti i motivi è che non abbiamo più forza per dare testimonianza alla risurrezione.&nbsp;</p>



<p>Non siamo più il segno nuovo di un’alternativa possibile, non siamo più comunità che è presenza e riflesso nel mondo di un amore che ci è stato donato, di una vita che è ricevuta, di un perdono che non è meritato. Manca la fiducia, l’affidamento e la comprensione, manca il perdono e la discrezione, manca la delicatezza e la gentilezza, manca, in una parola, l’amore. E l’unità viene meno e ogni credente ha un cuore e un’anima che si oppongono agli altri, divisi su tutto e su ogni cosa, pronti ad accusarci l’un l’altro. Ed è proprio questo a non renderci testimoni credibili, a farci restare muti e inespressivi. La nostra vita cessa di dire Dio, la nostra fede è muta e vana, non suscita domande e riflessioni. Nessuno a chiederci: da dove proviene questo tuo amore? In cosa ha origine questo perdono? Da dove trae forza la tua gentilezza? In cosa risiede questa pazienza? Perché tu dunque ti ostini ad amare, a servire e a perdonare? Soltanto perché credo in Cristo!</p>



<p><strong><em>Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.<br>In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l&#8217;amore di Dio, nell&#8217;osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.<br>Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.<br>E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l&#8217;acqua soltanto, ma con l&#8217;acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità</em></strong> <em>(1Gv 5,1-6)</em></p>



<p>Giovanni, in poche righe, traccia il volto del cristiano. Lo fa con il suo stile e con la pregnanza di parole che chiedono di essere rilette e ascoltate. Credere che quel Gesù, umiliato e offeso, crocifisso e risorto, è il Cristo è il cuore di tutta la fede. Credere in lui ci dona la grazia di essere generati da Dio. È Dio, in virtù della fede, a generarci rendendoci figli. Credere nel Figlio è accogliere la paternità di Dio che ci rigenera a vita nuova. E solo chi è generato da Dio può anche amare. Chi ama il Padre deve amare i suoi figli. Ogni credente, quindi, diventa per me fratello, uomo e donna da amare, da accogliere come dono che il Padre mi ha fatto. </p>



<p>Credere in Gesù permette di essere generati da Dio, avere Dio come Padre rende possibile a noi l’amore per i fratelli, generati dall’unico Padre. Amare i figli di Dio, però, non è sentimento o pura intenzione. Amare i figli di Dio è possibile solo amando Dio e osservando i suoi comandamenti. È falso e pretestuoso contrapporre Dio ai fratelli, l’amore per lui all’amore per gli altri. L’amore per Dio è la sorgente e la prova dell’amore per gli altri. E l’amore si fa concreto e reale nell’osservanza dei comandamenti. </p>



<p>Eppure, a volte, ci pesa l’amore, ci pesa la Parola che Dio ci consegna, ci pesa prendere sul serio ciò che egli ci comanda. Dimentichiamo, allora, che egli, che ci ha generato, ci rende capaci di vincere il mondo, il male che è in noi e attorno a noi, quell’opaca resistenza al bene, quella sottile indulgenza al male, quel fascino segreto e silente che ci spinge ad odiare gli altri, a volere e a fare il male. La fede può vincere il mondo e il male perché siamo stati generati da Dio e abbiamo la forza, debole e onnipotente, dell’amore.</p>



<p>È la vittoria pasquale, vittoria della fede e dell’amore, della paternità e della figliolanza, vittoria della fraternità. È questa la vittoria di cui partecipiamo celebrando la Pasqua. La fede ci fa scoprire che la fraternità può ancora vincere su ogni altra cosa se continuiamo a credere in Cristo, se ci lasciamo rigenerare dal Padre nella morte del Figlio che egli ha mandato. Vincere il mondo è tracciare segni di fraternità, è vivere da figli, è accogliere i doni del Padre, è sperimentare e diffondere l’amore che rende fratelli. È questa la vittoria possibile. Ed è possibile a tutti coloro che credono che Gesù è venuto con l’acqua e il sangue, non con l’acqua soltanto. Gesù, quindi, è venuto con l’acqua del suo battesimo al Giordano a mostrare e insegnare la via di Dio, ma è venuto poi con il sangue, cioè con il dono della sua vita, con quella morte che sa di offerta, di dono che è condiviso. E l’acqua e il sangue richiamano anche i doni preziosi che il Risorto ha affidato ai credenti, il Battesimo e l’Eucaristia.</p>



<p>È lo Spirito in noi a ricordarci che questa grazia ci spinge e ci porta al Cristo, ci fa sentire la sua presenza, ci fa provare tutto il suo amore, ci fa vivere della sua stessa vita. Credere a Pasqua è credere ad un mondo nuovo, in cui il male ne esce sconfitto, l’odio è superato, la vendetta è disarmata, perché tutto parla e dice soltanto amore, tutti sono solo fratelli. Pasqua è una fede che si fa amore, che si fa attesa e costruzione di un nuovo modo di stare al mondo, di relazioni finalmente sanate. Ma credere non è sempre facile!</p>



<p><strong><em>La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.<br>Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»</em></strong> <em>(Gv 20,19-23)</em></p>



<p>La paura chiude le porte. Gesù, però, viene proprio nelle nostre paure, si mette in mezzo alle nostre ansie e ci dona la pace che non conosciamo. È dalle ferite che lo possiamo vedere, è dai segni dei chiodi che si fa riconoscere. Perché è amore la sua identità, dono e perdono il suo volto più vero. La risurrezione non cancella le piaghe ma le rende più vere e profonde, le rende autentiche e vie di vita. I discepoli gioiscono al vedere il Signore ed egli dona loro il suo Spirito perché siano capaci di andare nel mondo per essere lui in mezzo agli altri. Il Padre ha mandato il Figlio e ora egli li manda perché continuino la sua missione, facciano vedere ciò che egli ha compiuto, sappiano dire ciò che egli ha donato. Il Risorto dona la pace e con essa il perdono. Perdono di Dio e dei fratelli, vita redenta e riconciliata. </p>



<p><strong><em>Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»</em></strong> <em>(Gv 20,24-25)</em></p>



<p>Ma quel giorno, a Gerusalemme, non c’erano tutti. Tommaso era assente. Aveva abbandonato il suo posto, era fuori dalla comunità. Non si può incontrare il Risorto restando fuori. Ci sembra assurdo, eppure il Risorto si fa vedere solo a chi sa vivere la comunione, a chi non si esilia e non si distanzia, a chi resta insieme agli altri. La Risurrezione è evento ecclesiale perché è nella Chiesa che egli si mostra.&nbsp;</p>



<p>Tommaso, però, all’annuncio degli altri non crede. E non sappiamo se questa mancanza di fede sia dovuta alla diffidenza di Tommaso o alla mancanza di credibilità degli altri. Essi dicono: “Abbiamo visto il Signore”. Tommaso, invece, vuole vedere e toccare le piaghe, vuole essere certo che il Risorto sia il Crocifisso. La fede, per Tommaso, è possibile solo nel segno del dolore e della morte, perché solo le ferite rendono credibile l’amore.&nbsp;</p>



<p>Credere, per Tommaso, è vedere e toccare le piaghe di un Dio che ha amato in modo folle, fino alla fine, con tutto se stesso. Credere è scoprire che l’amore non è mai vano, non è destinato a finire. Credere è vedere che l’amore è più forte, più vivo persino oltre la morte.</p>



<p><strong><em>Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c&#8217;era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».<br>Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome</em></strong> <em>(Gv 20,26-31)</em></p>



<p>E otto giorni dopo, a segnare una Pasqua che non è mai esausta, Gesù riappare e Tommaso è lì. Ed è a lui che si rivolge: guarda e tocca, senti tutte le mie ferite, senti il fondo di tutto l’amore, senti la morte che ha attraversato la vita, senti la vita che ha vinto la morte, senti un Dio che non si è risparmiato, un Dio che è Passione che non viene meno. Tendi alla fede tendendo all’amore, impara ad essere un po’ più credente imparando ad amare ricevendo amore.&nbsp;</p>



<p>E Tommaso esclama con tutto se stesso: Mio Signore e mio Dio! E la fede di Tommaso rende possibile anche la nostra. A noi, che non vediamo l’amore vincere, il perdono avere la meglio, la vita avanzare sulla morte, proprio a noi Gesù dice: Beati! Beati se sappiamo credere mentre il mondo è in guerra e in fiamme, se sappiamo amare mentre tutto ci spinge all’odio, se sappiamo servire mentre ognuno si fa padrone, se sappiamo perdonare quando ognuno invoca vendetta. Beati noi se, mentre non vediamo, sappiamo credere e credendo amare. Beati noi perché sapremo essere annuncio e riflesso di un Dio che, ferito d’amore, continua a farsi vedere, risorto e vivo, nelle nostre ferite d’amore.</p>



<p>Ci capita ancora, Signore,<br>di tenere chiuse le porte,<br>abbiamo paura <br>degli altri e un po’ anche di te.<br>Ci piace saperti morto e risorto,<br>ma c’inquieta saperti vicino, <br>sapere che vieni a darci pace,<br>non quella del quieto vivere,<br>ma quella che nasce dalla passione,<br>quella che sorge<br>dalle ferite d’amore.<br><br>Quando sono chiuse le porte<br>e la paura ci ricorda <br>che l’amore ha fallito,<br>vieni in mezzo a noi,<br>al centro <br>del nostro essere amici,<br>del nostro sentirci fratelli.<br>Fermati in mezzo a noi <br>mostraci le mani e il costato,<br>mostra l’amore che ci ha generati,<br>il dono che ci ha resi fratelli,<br>la morte che ci ha resi famiglia.<br><br>Tu che hai le chiavi <br>degli inferi e della morte,<br>riapri i nostri sepolcri,<br>le nostre porte sbarrate,<br>i nostri recinti sicuri.<br>Rendici risorti con te<br>e mandaci fuori <br>per mostrare <br>che tu sei il Vivente <br>e vivi per sempre.<br>Come il Padre ha mandato te,<br>per essere dono d’amore,<br>che penetra nell’odio del mondo,<br>manda ora anche noi<br>perché mostriamo <br>con la nostra vita<br>l’amore che, ferito, non muore,<br>la passione di dono che non si risparmia,<br>la comunione di vita che rende eterna la storia.<br><br>Eppure quel giorno era assente Tommaso,<br>era fuori, era solo.<br>Manca l’incontro con te <br>perché <br>manca l’incontro con gli altri.<br>Quando ci illudiamo di fare da soli<br>e pensiamo che la fede sia solo affar nostro,<br>ricordaci che non possiamo incontrarti da soli.<br>Ricordaci che credere è amare<br>e ti riveli nel mezzo <br>per creare e fare famiglia.<br><br>E ricordaci <br>che ai Tommaso di sempre<br>non bastano parole e proclami:<br>l’amore bisogna toccarlo,<br>bisogna toccare ferite che danno la vita.<br>Si crede quando, toccando il dolore e la morte,<br>si scopre che l’amore non muore.<br><br>E allora donaci coraggio per vedere<br>che tu, Crocifisso Risorto, ci mostri le piaghe,<br>che i credenti mostrano piaghe,<br>le tue e le loro,<br>perché solo l’amore fino al dolore e alla morte<br>è amore che genera e salva.<br><br>E allora rendici Chiesa in cui tutti si sappiano amati,<br>in cui l’amore si sappia anche ferito e piagato,<br>ma sappia attraversare ogni varco,<br>perché solo vivendo e toccando l’Amore <br>ciascuno potrà, con Tommaso,  <br>dire ancora con tutta la vita<br>“Mio Signore e mio Dio”.</p>


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<p><em><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20240324" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Liturgia della Parola</a></em></p>
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<p><a href="https://www.libreriadelsanto.it/p/prodotti/mma/9791259752192.html">Sbrogliare la vita con Etty Hillesum</a></p>
<p>Marco Manco</p>
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<p><a href="https://www.libreriadelsanto.it/p/prodotti/mma/9788862448741.html">Una storia di fede. Abramo</a></p>
<p>Marco Manco</p>
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		<title>Credere ad un Dio dei volti</title>
		<link>https://www.rileggendo.it/2023/06/02/credere-ad-un-dio-dei-volti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Manco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 11:59:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[Pentecoste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La parola “Dio” può dire ancora molto ma il rischio è confondere Dio con i concetti che abbiamo. Possiamo immaginarlo come il sovrano potente che tutto dispone e organizza, come l’energia che muove le cose, come l’insieme di quello che esiste, come la parte migliore di noi. E forse il rischio è che ciascuno abbia e si faccia il suo Dio. Dedicare una festa alla Trinità ci chiede di ritornare a questo cuore pulsante e vitale del nostro credere.  Ci siamo smarriti per strada. Abbiamo manomesso il cuore del nostro messaggio e abbiamo offerto un Dio che fosse a misura umana. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Santissima Trinità A (Es 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18) </p>



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<p>La parola “Dio” può dire ancora molto ma il rischio è confondere Dio con i concetti che abbiamo. Possiamo immaginarlo come il sovrano potente che tutto dispone e organizza, come l’energia che muove le cose, come l’insieme di quello che esiste, come la parte migliore di noi. E forse il rischio è che ciascuno abbia e si faccia il suo Dio.</p>



<p>Dedicare una festa alla Trinità ci chiede di ritornare a questo cuore pulsante e vitale del nostro credere.  Ci siamo smarriti per strada. Abbiamo manomesso il cuore del nostro messaggio e abbiamo offerto un Dio che fosse a misura umana. </p>



<p>Abbiamo rincorso e trovato, nei meandri delle nostre voglie, dei nostri deliri di onnipotenza, dei nostri sogni di controllo e dominio, un Dio unico e potente, arbitro e arbitrio, presenza ingombrante che schiaccia ogni cosa, che detiene il bandolo di ogni matassa, che ha in mano le sorti di ciò che esiste, che è pronto a sovvertire ogni storia umana, a ridurre a nulla ciò che esiste. Un Dio, insomma, proiezione della nostra volontà di potenza, un Dio assoluto che stronca l’alterità, un Dio comandante che dispone le cose.</p>



<p>Oppure, in alternativa, a seconda dei gusti, abbiamo annunciato un Dio senza forma, che è solo flusso o energia, un Dio puro essere o pura coscienza, Dio-pensiero che ingloba ogni cosa, magma e indifferenza, realtà che spersonalizza. Un Dio in cui tutto si annulla, un Dio energia che è tutto e niente, che è solo spirito che scorre informe. Un Dio osmosi e omologazione, fusione in cui tutto è indistinto, in cui io e l’altro da me siamo nulla perché fusi nell’unico niente e, per questo, possiamo avere l’ebbrezza di dirci Dio perché non possiamo più avere il coraggio di dire io.</p>



<p>In entrambi i casi, si tratta di mode che si susseguono, di modi di dire Dio che servono a dire ciò che vogliamo, ciò che ci piace e non ci mette a disagio. Insomma, abbiamo ceduto al Dio dei filosofi, quello sognato dalla mente umana, suggerito dall’inconscio egemone, usato per scopi umani, un Dio che serve a sostenere noi stessi. </p>



<p>La festa della Trinità, quindi, diventa il momento in cui fermare il passo, mettere a tacere gli stimoli e istinti umani. Perché, almeno oggi, non possiamo dimenticare che, se è vero che per un cristiano Dio può, certamente, essere detto in tanti modi, non tutti i modi hanno la stessa portata, non tutti i modi hanno lo stesso valore.</p>



<p>Il nostro Dio ha un volto che ci ha rivelato. Dio non è l’idolo che ci costruiamo, non è l’esito dei nostri pensieri, non è l’approdo dei nostri ragionamenti. Un Dio monolite o pura energia, infatti, può essere utile, ma non è il Dio vero che regge all’urto del tempo, che ci rivela qualcosa di lui dicendoci molto di chi siamo noi.</p>



<p>Ed è anche vero che tanto di ciò che non va nei credenti, di ciò che deforma e fa apparire frammentato il volto della Chiesa, al punto da apparire come una comunità che ha perso il filo, è dovuto proprio all’aver dimenticato che il Dio in cui crediamo non è quello prodotto dalle proiezioni umane, dall’assolutizzazione dei nostri bisogni, dall’esternazione delle nostre esigenze, dalla soddisfazione dei nostri gusti.&nbsp;</p>



<p>Per conoscere Dio bisogna imparare ad ascoltarlo e ad accoglierlo, a fare spazio a ciò che egli di sé ci rivela, perché in ciò che egli fa vedere di sé possiamo capire molto di ciò che noi siamo. È il volto di Dio a definire il volto dell’uomo e non il nostro a decidere il volto di Dio. E di Dio si può solo balbettare qualcosa.</p>



<p><strong><em>Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà»</em></strong> <em>(Es 34,5-6)</em></p>



<p>È questo il volto che Dio ha rivelato. Volto di amore e compassione. E Dio continua a passare davanti a noi e continua a dire se stesso dicendo l’Amore che è misericordia, pietà e fedeltà. Non c’è altro volto di Dio, perché solo un Dio è capace di amore. Ed è l’amore ciò che egli rivela di sé, perché soltanto questo è Dio. </p>



<p>Dio è Trinità! Ed è questo l’annuncio da cui partire e a cui tornare ogni volta che si pensa Dio, ogni volta che si balbetta il suo nome, che si crede e si annuncia la sua viva presenza.</p>



<p>Padre, Figlio e Spirito sono le Persone divine che, in quanto tali, sono origine, modello e termine di ogni vissuto. La Trinità è la comunità dell’amore, è il vincolo che sceglie di aprirsi per effondere al di fuori quella vita amorosa che circola dentro. </p>



<p>Dio Trinità è dialogo eterno perché Dio è eternamente Trinità in quanto è eternamente Amore.&nbsp;</p>



<p>E l’amore è in sé capace di generare, perché dona all’altro ciò che serve per vivere, l’essere che è amare. E l’Amante, che genera l’Amato, nel donare se stesso crea un dialogo e una relazione che unisce i due che, pur restando tali, sono legati, nella loro differenza, dall’Amore che i due si scambiano e donano.&nbsp;</p>



<p>E mentre i nostri incubi immaginano un Dio dispotico e oppressore, un Dio omologante e fusionale, un Dio per cui ciò che non è lui è solo esteriorità e apparenza, Dio ci rivela il suo immenso mistero.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna</em></strong> (<em>Gv 3,16</em>)</p>



<p>Il nostro è un Dio che ama perché egli stesso è Amore. E questo Dio Amore si dona nel mondo donando il Figlio.&nbsp;Dio è Amore, è Comunione di vita, è Dialogo che rende Persone. Dio è l’Io che ama dando volto al Tu, perché l’Io e il Tu siano avvolti da un amore talmente reale che il Noi che li unisce sia persona che rende possibile e sempre nuovo il dialogo eterno.&nbsp;</p>



<p>Dio è Trinità, volti che si guardano, intreccio di relazioni, differenze che nascono nell’incontro e fioriscono nell’unità. Dio è partecipazione che rende unici e distinti perché l’amore non è fusione e negazione, ma esaltazione e generazione dell’esistenza dell’altro che viene alla luce in quanto amato.&nbsp;</p>



<p>Dio è Trinità! Ed è l’antidoto ad ogni chiusura, alla violenza e all’oppressione, all’omologante ricerca di forza, allo sfogo della volontà di potenza.&nbsp;</p>



<p>Dio è Trinità! È incontro di volti e parole, è dialogo e comunione, è amore che circola e lega, è scelta che libera e realizza se stessi.&nbsp;</p>



<p>Dio è Trinità! Perché nessuno salva e si salva da solo, perché nessuno può essere senza che l’altro sia, perché nessuno è vivo se non genera e dona vita.</p>



<p>Dio è Trinità! Perché è il molteplice a dire l’uno, è il diverso a dire chi sono, è l’incontro a tenermi vivo.</p>



<p>Dio è Trinità e se io voglio accogliere Dio devo accogliere i volti diversi lasciandoli tali, devo unirmi agli altri restando me stesso.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>È per il mistero trinitario che gli uomini possono unirsi tra loro e creare comunione, perché solo così ciascuno diventa se stesso e tutto si personalizza, perché anche le cose del mondo acquistano una dimensione personale, che ci fa sentire che il mondo è ospitale e benigno, è cosa buona perché strumento di vita e di relazione. E le relazioni sono il luogo in cui nasce l’identità, in cui io posso dire io senza schiacciare il tu che mi è di fronte, senza sentirmi schiacciato da un Dio che è oltre e al di sopra.&nbsp;</p>



<p>Il Dio Trinità ci ha creati e voluti per essere altri da lui, per essere fuori da lui e, proprio per questo, ci ha resi partecipi di sé, ci ha resi destinatari di amore, rendendo così, la distanza che ci separa da lui, lo spazio nuovo della relazione, lo spazio aperto del dialogo e dell’incontro.&nbsp;</p>



<p>È la Trinità a renderci possibile dare un volto umano e personale alla storia, perché ci fa sentire uniti, legati da un comune cammino e, proprio per questo, liberi di avere il nostro volto. Unità nella diversità, comunione nelle differenze, alterità che si specchiano e si riconoscono, mani che opponendosi possono stringersi.&nbsp;</p>



<p>Dire che Dio è Trinità non è indifferente per la propria fede, non è inutile per la propria vita, non è accessorio di cui fare a meno.&nbsp;</p>



<p>Dio è Trinità e si rompe ogni mio idolo, ogni mia voglia di sopraffazione, ogni tentativo di usare la fede per opprimere e togliere i volti. Si infrange ogni mio incubo di delirio di onnipotenza, perché solo l’amore è forza potente che permette di unire differenze che altrimenti sarebbe impossibile.</p>



<p>Il Dio trinitario è un Dio “inaudito” perché va oltre le nostre fantasie, le nostre ristrettezze mentali, le nostre ricerche e i nostri sfoghi intellettuali. </p>



<p>Ed è qui il dramma e il cammino della nostra fede, della relazione, del dialogo e dell’abbandono in Dio.</p>



<p>Credere in Dio Trinità, infatti, è abbandonarsi a lui per scoprire, dopo aver anche lottato con lui, che la fiducia è possibile, che il dialogo può esserci, perché egli, Trinità d’Amore, ha scelto di non annichilirci con la sua forza dispotica o con la maliziosa voglia di “scioglierci” in lui, ma ci ha reso possibile restare di fronte a lui, altri e diversi da lui, per poterlo accogliere in noi e perché egli possa accoglierci in lui. Ed è questa la relazione più vera, che ci costituisce e ci rende persone, esseri capaci di relazione. Possiamo anche noi essere amore. È questa la nostra vera natura e di tutto il mondo. Natura è ciò che sta per nascere, ciò che deve venire alla luce. Ed è questo il compito a cui la Trinità ci invita ed è questo l’impegno che la Trinità ci ha reso possibile: far nascere in noi il vero volto che Dio ha impresso in noi.</p>



<p>E in questo tripudio umano di volti diversi, si annuncia il volto vero del Dio in cui crediamo, un Dio in Tre persone, un Dio che è Amore e Comunione, un Dio che è tavola imbandita a festa perché ognuno possa avere il suo posto.</p>



<p><em><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20230604" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Liturgia della Parola</a></em></p>



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<p>Marco Manco</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La Pasqua non è conclusa</title>
		<link>https://www.rileggendo.it/2023/05/26/la-pasqua-non-e-conclusa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Manco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 May 2023 14:49:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[Pentecoste]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rileggendo.it/?p=2675</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per cinquanta giorni abbiamo celebrato la Pasqua. Abbiamo raccolto i frutti di questa storia, lasciando che la vita del Cristo risorto smuovesse le morti che ci portiamo dentro, aprisse i sepolcri che teniamo chiusi, ridestasse il coraggio e la voglia di amare. Si conclude il tempo pasquale, ma non si conclude la Pasqua, non si chiude e rinserra la storia nuova che, da quel giorno, ha investito la vita del mondo. La Pentecoste, infatti, più che chiudere il periodo pasquale, compie e rende perenne il tempo nuovo della Pasqua di Cristo. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Pentecoste A  (At 2,1-11, 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23) </p>



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<p>Per cinquanta giorni abbiamo celebrato la Pasqua. Abbiamo raccolto i frutti di questa storia, lasciando che la vita del Cristo risorto smuovesse le morti che ci portiamo dentro, aprisse i sepolcri che teniamo chiusi, ridestasse il coraggio e la voglia di amare.&nbsp;</p>



<p>Si conclude il tempo pasquale, ma non si conclude la Pasqua, non si chiude e rinserra la storia nuova che, da quel giorno, ha investito la vita del mondo.&nbsp;</p>



<p>La Pentecoste, infatti, più che chiudere il periodo pasquale, compie e rende perenne il tempo nuovo della Pasqua di Cristo.&nbsp;</p>



<p>È l’inizio di un mondo e di una storia della quale noi siamo resi partecipi. Il dono dello Spirito, che irrompe il giorno di Pentecoste, continua a irrompere vivo e gagliardo nel cuore della Chiesa e in ciascuno di noi perché sia resa pasquale la vita e la storia del mondo, perché sia ancora vivo e presente l’annuncio che l’Amore non muore, che Cristo ha sconfitto la morte.</p>



<p>La Pentecoste ci proietta in avanti, ci spinge fuori e ci porta altrove.&nbsp;</p>



<p><em><strong>Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste&nbsp;</strong>(At 2,1)</em></p>



<p>È così che Luca introduce la discesa dello Spirito. Il giorno di Pentecoste sta per compiersi ma sono solo le nove del mattino. Sta per giungere, cioè, a compimento ciò che il popolo ebraico festeggia in quel giorno: la fine del tempo del raccolto e la festa del dono della Legge.&nbsp;</p>



<p>Mietere è ricevere in dono la vita del corpo che nel grano trova il suo segno e il suo alimento. E allora, dopo sette settimane dal primo covone, si festeggiava il tempo della pienezza, il raccolto già pieno, la pienezza del dono che permette la vita. Si festeggiava il futuro che il raccolto rendeva possibile e la vita che poteva avanzare. Questa festa contadina celebrava la ricchezza del raccolto e una vita che è sempre davanti, una vita che si riceve solo sprecando e rischiando, solo mettendo a morire quei chicchi di grano che, invece di diventare cibo, sono affidati e affondati in terra. Ogni semina è rischio e scommessa, è sfida lanciata alla morte, è fiducia e speranza, nascoste nel nudo terreno, è palpito e attesa, è privazione che si arrischia ad essere dono. Per questo, sette settimane dopo il primo covone, la fine della mietitura è festa: la sfida è stata vinta, ogni chicco è diventato centinaia, ogni rinuncia è diventata ricchezza, il futuro è diventato possibile.&nbsp;</p>



<p>Questa festa divenne, poi, celebrazione del dono della Legge e dei Comandamenti dati al Sinai. Sette settimane dopo la Pasqua, che è liberazione e uscita dall’Egitto, il popolo riceve da Dio ciò che permette di restare libero, ciò che consente di restare in vita, ciò che abilita a diventare popolo. L’Alleanza al Sinai fa nascere il popolo, la Legge permette a ciascuno di vivere insieme, di guardarsi come fratelli, di riconoscersi come liberi perché liberati. La Legge diventa il segno e l’indicazione di una vita e di un futuro possibile. Poiché Dio ha donato la legge, la storia può avere un futuro, la liberazione può diventare perenne, la vita può essere viva.&nbsp;</p>



<p>Il pio israelita, celebrando la fine del raccolto e il dono della Legge, celebra la vita che Dio rende possibile, il futuro che viene offerto, la libertà che viene donata, lo spazio aperto della comunione che Dio rende possibile. È un giorno, quindi, che rende possibile il resto dei giorni.</p>



<p>Ed è per questo che Luca dice che, cinquanta giorni dopo la Pasqua, proprio in quel mattino la Pentecoste giunge a compimento: sta per raggiungere una nuova e definitiva pienezza.&nbsp;</p>



<p>Con la venuta dello Spirito, vivere la vita, essere liberi, sperimentare l’unità, sentirsi fratelli, avere un futuro e rinnovare la storia è davvero possibile.</p>



<p>Una presenza che libera e unisce, il futuro che diventa possibile, la storia che racconta un incontro, il dono che rende piena la vita, il dialogo che crea e libera un popolo non è più nei covoni raccolti, non è in una legge da ricevere e amare.&nbsp;</p>



<p>La Pasqua ha inaugurato il tempo e lo spazio nuovo e ora, raccolti i suoi frutti, possiamo incamminarci nel mondo perché, per il dono dello Spirito, il giorno di Pasqua è strappato all’oblio e alle leggi del tempo e diventa l’anima e la vita di tutti i giorni.</p>



<p><em><strong>un vento che si abbatte impetuoso… lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro…&nbsp;</strong>(cf At 1,2-3)</em></p>



<p>Nel racconto degli Atti, sono tre i modi in cui la venuta dello Spirito si manifesta. Sono tre segni e richiami che ci permettono di dire qualcosa su Colui che è indicibile.&nbsp;</p>



<p>Il vento, il fuoco e le lingue. Sono i segni di un nuovo inizio, sono elementi di una nuova creazione.</p>



<p>Lo Spirito aleggiava nella creazione, come il vento che modella le cose, che smuove e dà forma alla vita, che feconda e muove la storia. Il vento è mistero che non si afferra, è soffio che scompiglia le cose, è vita che non ha origine, è apertura su ogni orizzonte. Il vento cambia continuamente, soffia da una parte e dall’altra, nasce nel segreto e si rivela nel fragore e nel trambusto.&nbsp;</p>



<p>È soffio leggero che sussurra alle cose, è turbine e impeto che sferza la vita. Il vento è movimento che non si arresta, è vita che non si può trattenere, è fermento che smuove tutto, è seme che diffonde la vita.&nbsp;</p>



<p>È lo Spirito che, come vento gagliardo, mette a subbuglio le nostre certezze, squinterna le nostre precisioni, rovescia le nostre sicurezze. Lo Spirito è come vento che si abbatte gagliardo per fecondare e far germinare la vita, per modellare e rendere visibile, nel volto diverso che noi tutti abbiamo, quell’unico volto, quello del Cristo, che libera e ama.&nbsp;</p>



<p>E poi il fuoco, mistero che ricorda il divino, tocco che arde e che brucia, fiamma che si leva in alto, che il vento alimenta e diffonde. Il fuoco è miracolo di ciò che ti tocca e non puoi afferrare. È forza di ciò che si fa vedere e sentire e che, tuttavia, non si fa possedere. È luce che scalda e rincuora, è fiamma che modella e piega, è calore che purifica e dà nuova forma. La fiamma è una e si divide e ogni fiamma è lingua di fuoco che si comunica e diffonde, guizza lontano a infiammare altre cose.&nbsp;</p>



<p>E poi le lingue. Quel fuoco uno che diventa fiammelle, lingue diffuse di un unico fuoco, perché è l’uno che si fa molteplice e il molteplice che resta uno. E sono lingue che dicono amore, che narrano amori che non finiscono, che raccontano storie che fecondano il mondo, che celebrano un Dio che ha riscattato la vita.</p>



<p><em><strong>e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi… li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio</strong></em><strong>&nbsp;</strong><em>(cf At 2,4-11)</em></p>



<p>E quel miracolo sempre più strano, in cui i diversi si sentono uguali, in cui i lontani si fanno vicini, in cui molti hanno un’unica voce che dice a tutti, in lingue diverse, che Dio è Amore e vive in noi.&nbsp;</p>



<p>Pentecoste è la moltiplicazione delle lingue perché tutti, ciascuno a suo modo, possano diventare capaci dell’unica Parola. Dio rende dicibile l’unica sua Parola in tutte le lingue e gli accenti del mondo, in tutte le vite e i modi possibili, in tutti i luoghi e le situazioni diverse.</p>



<p>E da quel giorno si fa incontrare nella carne viva di tanta gente che sa ancora come narrarlo, che sa ancora far vivere Dio nelle parole e in ogni gesto.&nbsp;</p>



<p>Non si ascolteranno più tuoni e fragori che indicano la presenza di Dio, perché Dio si fa presente in ciascuno come fuoco che fa ardere il cuore, come lingua che dice la vita e la dice nel pieno del nostro vissuto.&nbsp;</p>



<p>E allora si moltiplichino pure le lingue, i toni e gli accenti diversi. Ciò che conta è dire insieme, con il fuoco che ci brucia dentro, l’unica Parola che resta vera in eterno.&nbsp;</p>



<p>Le lingue sono tante perché ognuno possa comprendere e dire, secondo la sua storia, la sua personale adesione, il suo unico e singolare vissuto, la Parola che resta la stessa. Ed è la stessa Parola che prende corpo in ciascuno di noi, e in ciascuno diventa storia, secondo la creativa bellezza di ciò che non può essere pensato, non può essere previsto, non può essere programmato.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito… A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune.<br>Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito</em></strong> <em>(1Cor 12,4.7-13)</em></p>



<p>Lo Spirito non è un dono di Dio ma Dio stesso che si fa dono e presenza in mezzo a noi e in ciascuno di noi. Lo Spirito è Dio che si fa intimo a noi per renderci suoi e  rendere vivo in noi l’evento pasquale che si è compiuto nel Figlio. Lo Spirito è Dio che viene in noi per modellarci e renderci simili al Figlio, per modellare in noi un’esistenza risorta e redenta.</p>



<p>È lo Spirito che crea e modella in ciascuno quel modo unico e originale perché sia ancora donata la Pasqua, il Cristo sia reso presente, il dono sia accolto e donato.&nbsp;Siamo membra, molte e diverse, dell’unico Cristo. </p>



<p>Solo così lo Spirito crea unità e forma comunità: moltiplica i carismi e dona le differenze per scolpire, nella vita di ognuno, in maniera sempre nuova e diversa, l’unica Parola che conta, resa dicibile in mille modi e vite diverse.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Lo Spirito di Dio è la presenza dinamica e viva di Dio in noi, è la vita di Dio che muove la nostra. Lo Spirito è Dio che ci guida da dentro, ci smuove e modella, ci rende fecondi e dona un linguaggio e uno stile nuovo perché nelle scelte e nel nostro vissuto siano annunciate le grandi opere di Dio.</p>



<p>Abbiamo bisogno dello Spirito per diventare dimora di Dio, per essere tempio della sua presenza, per essere, insieme, corpo di Cristo e sue membra.  </p>



<p>E sia lo Spirito a segnarci dentro perché il Figlio, Parola del Padre, si dica ancora nelle nostre vite, si mostri oggi nei nostri volti. E lo Spirito ci ricordi che tutto ciò che il Figlio ci ha detto è ancora da dire nella nostra vita, nelle lingue del nostro tempo perché ovunque risuoni, con fiducia e amore, il grido che in noi grida:&nbsp;<em>Abbà! Padre!</em></p>



<p><em><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20230528" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Liturgia della Parola</a></em></p>



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<p>Marco Manco</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La Pasqua si fa feriale</title>
		<link>https://www.rileggendo.it/2023/05/19/la-pasqua-si-fa-feriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Manco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2023 19:44:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Ascensione]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rileggendo.it/?p=2669</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’Ascensione di Gesù al “cielo” ci mette alla prova. Sarebbe facile incontrare il Risorto che cammina nelle nostre strade, ma non è questo che ci è stato donato. Sarebbe bello tenere lo sguardo orientato al cielo, restare lì, in attesa che qualcosa avvenga, ma non è al cielo che dobbiamo guardare. Il nostro sguardo è incastrato in questa terra, è orientato a questo mondo, è fissato su questa storia. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.rileggendo.it/2023/05/19/la-pasqua-si-fa-feriale/">La Pasqua si fa feriale</a> proviene da <a href="https://www.rileggendo.it">Rileggendo</a>.</p>
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<p class="has-small-font-size">Ascensione del Signore (At 1,1-11, Ef 1,17-23; Mt 28,16-20) </p>



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<p>L’Ascensione di Gesù al “cielo” ci mette alla prova. Sarebbe facile incontrare il Risorto che cammina nelle nostre strade, ma non è questo che ci è stato donato. Sarebbe bello tenere lo sguardo orientato al cielo, restare lì, in attesa che qualcosa avvenga, ma non è al cielo che dobbiamo guardare. Il nostro sguardo è incastrato in questa terra, è orientato a questo mondo, è fissato su questa storia.&nbsp;</p>



<p>L’Ascensione al cielo ci dona uno sguardo che si immerge nelle cose del mondo per vedere e riaccendere la luce divina. Ci dona mani che toccano il fango per soffiarci dentro una vita nuova. Ascensione non è fissare il cielo, ma guardare la terra, questa terra martoriata e sporca, questo mondo insanguinato e depresso, questa umanità stanca e senza speranza.&nbsp;</p>



<p>L’Ascensione è l’opposto di ogni evasione, di ogni estasi che non chiami all’impegno, di ogni mistica che non rigetti nel mondo. L’Ascensione è il rifiuto di ogni ritirata, di una salvezza a mio uso e consumo, di un Dio fatto a mia misura. Con l’Ascensione ogni uomo e ogni carne è innalzato all’altezza di Dio e, nei suoi testimoni, Dio ancora si abbassa sulle nostre miserie, si piega sui nostri peccati, si fa vicino nelle nostre cadute. È proprio perché attendiamo dal cielo il ritorno del Cristo glorioso che possiamo, nella fede e nella speranza, restare qui in terra a testimoniare che la Pasqua è passaggio obbligato, che il silenzio di Dio è il suono della sua voce, che la sua assenza nel mondo è il posto in cui ancora incontrarlo.</p>



<p>La festa dell’Ascensione è la Pasqua che si fa feriale, è l’annuncio che si fa vita, è l’evento che si fa storia. Cristo ascende al cielo perché inizi il nostro momento, perché noi e lui, uniti in un solo corpo, rendiamo vivo l’amore del Padre, credibile la sua presenza, concreta e fattiva la sua tenerezza.</p>



<p><em><strong>Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra</strong></em><strong><em>&nbsp;</em></strong><em>(At 1,8)</em></p>



<p>Il testimone è colui che rende presente l’assente, colui che pronuncia parole che non hanno altra voce, colui che compie gesti che ha imparato da altri. Il testimone è colui che ha scelto di rinunciare a se stesso per rendere vivo e presente colui che è assente. Il testimone è presenza di chi non si vede, parola di chi ora tace, gesto di chi appare assente. Eppure, il testimone sa di vivere una storia che gli è stata donata. Può essere testimone perché in lui vive lo Spirito che rende vivo e attuale il mistero del Figlio.&nbsp;</p>



<p>Per essere suoi testimoni, per essere sua presenza nel mondo, dobbiamo prima essere pieni di Spirito Santo, pieni della vita di Dio e del suo amore. Non si è testimoni per sforzo e impegno umano, per decisione e volontà. Si è testimoni per la forza dello Spirito Santo. Perché la fede è, prima di tutto, grazia che opera in noi, dono che viene dall’alto, presenza che ci abita dentro e ci immerge in una nuova realtà. Finché siamo convinti che per testimoniare bastino le strategie umani, le riforme ecclesiali, le norme e i nostri progetti, resteremo sempre a mani vuote. E il mondo resterà a corto di testimoni.&nbsp;</p>



<p><em><strong>Mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi</strong></em> <em>(At 1,9)</em></p>



<p>Mentre i discepoli lo guardano Gesù viene elevato al cielo e la nube, segno di Dio e della sua presenza, lo sottrae ai loro occhi. Viviamo un tempo in cui Dio è sottratto al nostro sguardo, in cui sembra assente dal nostro orizzonte. Dio sembra sottratto agli uomini e alle donne di oggi.&nbsp;</p>



<p>Il Risorto è sparito dalla nostra vista, anzi, i nostri occhi non lo hanno mai visto. Ed è quest’assenza a rivelarci la sua più viva presenza.&nbsp;</p>



<p>Egli sparisce dalla vista dei suoi discepoli. Ed è così che ha inizio il tempo di una sua nuova presenza. È il tempo dell’intimità e dell’azione, dell’ascolto e della testimonianza, dell’amore e del servizio.</p>



<p>L’Ascensione segna l’inizio di uno spazio nostro. Il corpo del Risorto è sottratto ai nostri occhi ma ci resta vicino con la sua parola, ci resta dentro con i segni della fede, vive in noi mediante lo Spirito. L’Ascensione è l’affidarsi di Dio, il suo concedersi nella vita dei suoi discepoli e nella testimonianza di chi gli ha creduto. Egli si affida alla storia umana di questa Chiesa perché attraverso noi egli ha scelto di farsi vedere, di farsi parola e farsi dono.</p>



<p>Egli si affida a noi per rendere visibile la sua presenza, rendere carnali i suoi gesti, rendere autentiche le sue parole, rendere nuovo tutto il suo amore. Siamo noi la presenza del Risorto in questo tempo.&nbsp;</p>



<p><em><strong>Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand&#8217;ecco due uomini in bianche vesti</strong></em>&nbsp;<em><strong>si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?&nbsp;</strong></em> <em>(At 1,10-11a)</em></p>



<p>Noi dobbiamo abbassare il nostro sguardo, piegarlo a questa vita. Non ci serve guardare il cielo, ma rintracciare Dio nei segni del suo silenzioso passaggio, nelle tracce che egli ha lasciato, nelle orme disseminate sul nostro terreno.&nbsp;Il suo volto è disseminato nei volti di tanti, i suoi gesti sono matrice di gesti umani.</p>



<p>Ci serve dare a Dio la nostra carne, farci sua voce e sua presenza perché risuoni, in un mondo sordo, la sua parola, perché si veda, in un mondo cieco, che egli ancora è in mezzo a noi, lo è attraverso di noi e la nostra vita, le nostre scelte e i nostri stili.</p>



<p><em><strong>Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l&#8217;avete visto andare in cielo </strong>(At 1,11b)</em></p>



<p>Egli verrà un giorno, verrà nella sua gloria a rivelare i suoi segni nascosti nel fango, immersi nelle miserie.&nbsp;Resta la tensione, perché questa terra attende ancora di essere riempita di Dio, di diventare tutta redenta e salvata, di essere tutta splendente della sua gloria. Verrà dal cielo il Risorto, verrà ancora una volta, per rendere piena la gioia.</p>



<p>Verrà a rivelare e a ricomporre il suo corpo, a mostrare che la Chiesa è la sua pienezza.</p>



<p>Ascensione è questo e questo soltanto: sapere che i nostri piedi sono piantati e saldi qui in terra, perché questa carne mortale è già seduta nei cieli, è già alla destra di Dio. E di là un giorno il Cristo ritornerà per rendere perfetto e compiuto ciò che, già ora, è promesso e iniziato.</p>



<p><em><strong>Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo </strong>(Mt 28,19-20)</em></p>



<p>È lui a mandare noi. Noi siamo nel mondo perché mandati, inviati dal suo amore e dalla sua parola. Egli ci manda nel cuore di questa storia che non comprendiamo, di queste tragedie che lasciano il segno, per fare discepoli tutti i popoli. È lui il Maestro, ma è alla nostra vita che egli affida l’arduo compito di fare discepoli. Non si tratta di catechizzare o di spronare, di spingere ad entrare nella Chiesa o a credere. Fare discepoli è possibile solo vivendo lo stile del Maestro. È diventando come lui e mostrando lui che possiamo chiedere agli altri di essere suoi discepoli. La credibilità dell’annuncio passa dall’autorità di colui che ci manda e dalla credibilità di noi che andiamo. Fare discepoli è dare senso, offrire prospettive altre e nuove. Bisogna fare discepoli i popoli immergendoli nella vita nuova, in quell’amore che è Trinità. Non si tratta di immergere gli altri nelle nostre idee, di farli coincidere con ciò che siamo, di farli entrare nei nostri gruppi. Fare discepoli è immergere tutti nella vita di Dio, donare loro il suo amore e la sua presenza, avvolgerli come fa Dio con la premura di chi ama soltanto, di chi ha scelto di donare se stesso per rendere nuova la vita di tutti.</p>



<p>Battezzare non è solo un sacramento o un rito. È prendere il coraggio di riconoscere che la vita dell’altro merita di essere abbracciata da Dio. E nessuno arriverà a comprendere questo se non siamo noi ad abbracciare la sua vita, a donare amore, a dire sì alla sua esistenza.&nbsp;</p>



<p>E poi bisogna insegnare a osservare tutto ciò che egli ha comandato. L’amore vero incide nella vita degli altri, lascia il segno. Insegnare è mostrare al vivo ciò che bisogna imparare. Osservare ciò che Gesù ha comandato è dare una svolta alla vita, è rendere vivo ed effettivo l’amore che Dio ci dona. L’amore che riceviamo non ci lascia intatti, non ci lascia come ci ha trovato. L’amore di Dio, nel quale siamo immersi, ci invita a cambiare vita e priorità, ci chiede di fidarci di ciò che Gesù ci comanda perché il suo comando nasce dall’amore e ha come garanzia la croce.&nbsp;</p>



<p>Siamo noi a dover rivelare, con le nostre scelte e le nostre azioni, che Dio è vivo e concreto, che Dio è qui, in questa storia, perché sono qui i credenti, ai quali egli ha affidato l’avventura, stupenda e tremenda, di renderlo vivo e presente.</p>



<p><em><strong>Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi<br>e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose:<br>essa è il corpo di lui,<br>la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose</strong></em> <em>(Ef 1,22-23)</em></p>



<p>Chi ci incontra dovrebbe sentire che Cristo è con noi, che noi siamo con lui, che egli è in noi, che noi siamo lui perché è lui ad averci reso simili a lui, ad averci presi e inseriti come membra vive del suo corpo. È questo la Chiesa. Soltanto questo. Quando parla dice Dio, quando vive lo mostra, quando prega lo manifesta, quando ama lo rende presente.</p>



<p>Se Dio sembra assente è perché di noi si fida e a noi si è affidato. È grande gioia sapere che presso il Padre c’è, nel Figlio, la nostra umanità, la nostra terra che è fango e miseria. Ma è grande gioia anche sapere che il Cristo è rimasto qui, nelle nostre vite, per operare e continuare il suo mistero d’amore.&nbsp;</p>



<p>Egli, nella forza dello Spirito, resta presente nel mondo, continua a camminare sui sentieri della terra e del tempo e ovunque continua a tracciare sentieri di cielo. No! Non è assente o lontano. Si è inoltrato e nascosto fin dentro la storia e la vita, perché è qui che i cristiani possono vivere ora il loro essere presenza di Cristo, sue membra e suo corpo.&nbsp;</p>



<p>Cristo non ha lasciato la terra, ma ha iniziato ad abitarla e a farla sua casa rendendo suo corpo la Chiesa. Non quella che noi desideriamo e vorremmo, ma proprio questa Chiesa, disastrata e ammaccata, che siamo io e te.&nbsp;</p>



<p>Egli è asceso al cielo per essere corpo vivo e diffuso, per essere corpo che si fa servo, parola che si fa annuncio, gesto che cura e risana, amore che perdona e rialza. Da quel giorno noi siamo questo, siamo suo corpo e presenza perché egli possa ancora agire nel tempo.</p>



<p>La terra è piena della pienezza di Dio perché egli ha incuneato la sua viva presenza nella carne di questa umanità, carne resa divina dallo Spirito e dal dono d’amore. Solo questo è la Chiesa: splendore e presenza di Dio, suo corpo e suo segno, suo strumento e dimora. Solo questo è la comunità dei credenti: un unico corpo che rinnova il volto dell’umanità perché diventi il volto di Cristo.</p>



<p>L’Ascensione è festa della Chiesa, testimone di un dono che si fa presenza, di un annuncio che si fa storia, di una fede che si fa vita. Un solo corpo è quello del Cristo Risorto: quello che è in cielo e quello che è in terra, e in questo corpo ci siamo anche noi, siamo anche noi questo corpo glorioso. E mentre siamo in cammino siamo anche in attesa che si compia il tempo e che dal cielo ritorni il Cristo Risorto per rendere uno ciò che ora è diviso, per rendere eterno ciò che ora è spezzato, per rendere tutti gloriosi con lui.</p>



<p><em><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20230521" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Liturgia della Parola</a></em></p>



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<p><a href="https://www.libreriadelsanto.it/p/prodotti/mma/9791259752192.html">Sbrogliare la vita con Etty Hillesum</a></p>
<p>Marco Manco</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Amare è vedere Dio</title>
		<link>https://www.rileggendo.it/2023/05/12/amare-e-vedere-dio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Manco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2023 15:57:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[Spirito Santo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rileggendo.it/?p=2661</guid>

					<description><![CDATA[<p>Questo non è  il tempo dell’assenza. Il Risorto è vivo e noi lo vediamo perché amare è vedere Dio. È il tempo della testimonianza pasquale, in cui dare ragione, amando, della speranza che è in noi. Amare è da Dio, per questo il Figlio ha promesso a noi il Paràclito, perché ci resti accanto per sostenere il cammino, per renderci capaci di vivere fedeli alla speranza che ci è stata donata, fedeli all'amore che è Dio.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">VI domenica  di Pasqua A (At 8,5-8.14-17; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21) </p>



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<p>Questo non è  il tempo dell’assenza. Il Risorto è vivo e noi lo vediamo perché amare è vedere Dio. È il tempo della testimonianza pasquale, in cui dare ragione, amando, della speranza che è in noi. Amare è da Dio, per questo il Figlio ha promesso a noi il Paràclito, perché ci resti accanto per sostenere il cammino, per renderci capaci di vivere fedeli alla speranza che ci è stata donata, fedeli all&#8217;amore che è Dio.</p>



<p><strong><em>Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi</em>.</strong></p>



<p><strong><strong><em>Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.<br>Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch&#8217;io lo amerò e mi manifesterò a lui</em></strong><em> </em></strong><em>(Gv 14,15-21)</em> </p>



<p>Nel discorso dell’ultima cena, Gesù promette di donare un altro Paràclito, un altro, cioè, che ci resti vicino, che ci difenda e ci consoli, che ci sostenga lungo il cammino. È un altro, perché lui non si è assentato, non è andato via.&nbsp;</p>



<p>Il mondo non può vedere e conoscere lo Spirito. Il mondo è la realtà umana che non crede all’amore, che non spera e non sa vedere che, nelle tenebre di questa storia, Dio continua a donarci la luce, continua a donare se stesso. Il mondo è la logica umana, i criteri banali che regolano le nostre vite.&nbsp;</p>



<p>Lo Spirito, invece, ci rende partecipi di una Verità altra, ci rende partecipi della vita del Cristo. È lo Spirito che ci conduce alla piena comprensione del mistero del Figlio e alla comunione con lui. Ci dona l’amore che rinnova l’esistenza. </p>



<p>Vivere la Pasqua è amare Gesù e osservare i suoi comandamenti, cioè fare le sue stesse scelte. Amare Gesù, infatti, non è sentimento e affetto, è vivere un amore crocifiggente, perché il bene e l’amore hanno un costo. È per questo che egli si manifesta, per sostenerci nel cammino difficile della Pasqua feriale e ordinaria.</p>



<p>Colui che ama Gesù è immesso in un circuito di vita e d’amore, entra a pieno diritto nel mistero della Trinità.&nbsp;Lo Spirito, infatti, è dono d’amore che rende vivo, per noi e nel tempo, ciò che Gesù ci ha mostrato e donato. Ci rende possibile la sua stessa vita, ci rende simili a lui, ci rende suo segno e presenza, ci dà la sua stessa forma.&nbsp;</p>



<p>Lo Spirito è presso di noi e rimane in noi come testimonianza certa e fedele, come garanzia di un amore che non ha limiti. È lo Spirito a sostenere i nostri amori, a farci credere nonostante tutto, ad accompagnarci, in questo mondo, per far vedere che l’Amore è vero e non tradisce, che la croce è la via del trionfo, che il perdono è la sconfitta della vendetta, che il servizio è testimonianza regale.</p>



<p>Davanti a coloro che non comprendono, ostacolano, denigrano e rifiutano la verità, manifestata dal Cristo nel suo dono d’amore, lo Spirito ci rende certi che non ci sbagliamo, che l’amore non si sbaglia mai.&nbsp;</p>



<p>È nelle circostanze di ogni giorno che lo Spirito ci mostra che Gesù viene a noi. Non siamo rimasti orfani. Non siamo soli in questo tempo, non siamo abbandonati a noi stessi e alle logiche di questo mondo.&nbsp;</p>



<p>Colui che il mondo non vede, noi possiamo vederlo perché lui è vivo e noi viviamo perché l’amore è il segreto che custodisce la vita.</p>



<p>Vedere Gesù è scoprire, nel fondo di ogni vicenda, una storia d’amore che resta vincente, una speranza che non rimane delusa. Vedere Gesù è sentire che lo Spirito ci plasma e ci rende credibili perché credibile è l’amore con cui egli ha donato se stesso.&nbsp;</p>



<p>Noi lo vediamo ogni volta che amiamo, perché egli è l’amore che vive nelle nostre scelte, che si manifesta nei nostri amori.&nbsp;<strong><em>Amare è già vederlo perché egli è l’amore.</em></strong></p>



<p>Il mondo non può vederlo. Non si tratta di una condanna o di un’esclusione. Il mondo non può vederlo perché per vedere lui bisogna imparare a credere all’amore, occorre iniziare ad amare. Solo l’amore è garanzia di vita perché non c’è altra forza più forte della morte. </p>



<p>Per amare, però, non bastano gli sforzi umani, non reggono le nostre intenzioni. Occorre lasciarsi guidare dallo Spirito che ci conduce nella Verità, che è la vita del Cristo, dono che ci manifesta che Dio si è fatto nostro e vicino.&nbsp;</p>



<p>Egli verrà da noi ogni volta che impariamo a riconoscere i segni dell’amore che è vivo oltre ogni sconfitta, che vince dentro ogni perdita, che è vero dentro ogni menzogna. Vivere della risurrezione significa vedere il Cristo e vivere di lui.&nbsp;</p>



<p>E noi possiamo sapere, già da ora, che la nostra vita è introdotta nella vita di Dio, è vita divina. Gesù è in noi, noi in lui ed egli nel Padre. La vita è comunione d’amore, è vita trinitaria. Vivere di questa comunione è vivere d’amore e per amore, è diventare amore.</p>



<p> “<strong><em>Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch&#8217;io lo amerò e mi manifesterò a lui”.</em></strong> Ci ama e si manifesta a noi, si mostra perché il nostro sguardo, rivolto a lui, trasformi da dentro la nostra storia e noi diventiamo un po’ più simili a lui. Chi lo ama sa amare come egli ci ha amato e sarà l’amore a renderlo manifesto, a rendere possibile, per noi e per tutti, un dono che non si esaurisce, una presenza che non viene meno.</p>



<p>È lo Spirito a condurci al Figlio perché, uniti sempre più a lui e alla sua vita, al suo stile e al suo dono, possiamo con lui sentire l’amore del Padre e vivere in quella speranza che non ha ragioni umane, ma è fondata soltanto sulla certezza che siamo amati. </p>



<p><strong><em>Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.<br>Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.<br>Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito</em></strong> <em>(1Pt 3,15-18)</em></p>



<p>È lo Spirito a rinnovare il nostro cuore, rendendolo “luogo” della presenza di Cristo. Egli non è lontano, ma vive in noi per farci vivere la sua stessa vita. È per questo che possiamo dare ragione della speranza che è in noi. È la speranza dell’amore, che non cede alla menzogna e al male, alla cattiveria e allo scoraggiamento. È la vita vissuta nell’amore a dare ragione di ciò che speriamo. Dolcezza, rispetto, retta coscienza sono i segni sinceri che mostrano agli altri la nostra fede nel Cristo che è morto per i peccati, lui, l’unico giusto, che ha sofferto per tutti gli ingiusti. L’amore è crocifiggente, perché è dono gratuito e insperato, è grazia che non si merita, è libertà che viene donata. Noi siamo stati ricondotti a Dio per un atto di amore gratuito. Ed è questa gratuità d’amore, vissuta nella nostra vita, che rende credibile la nostra speranza.&nbsp;</p>



<p>A noi è chiesto di vivere la Pasqua del Figlio, di entrare in quella Verità che è l’Amore. “Dio nessuno lo ha mai visto”, il Figlio lo ha raccontato e mostrato e anche noi possiamo raccontare e mostrare il Padre lasciando che il Figlio ci renda simili a lui, ci renda amore rendendoci vivi.&nbsp;</p>



<p><em><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20230514" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Liturgia della Parola</a></em></p>



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<p>Marco Manco</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Erranti come pecore</title>
		<link>https://www.rileggendo.it/2023/04/28/erranti-come-pecore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Manco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Apr 2023 17:34:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[Pastore]]></category>
		<category><![CDATA[Porta delle pecore]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rileggendo.it/?p=2657</guid>

					<description><![CDATA[<p>È difficile parlare di pecore e di pastore, di recinti e di porta. Siamo convinti che ciascuno basti a se stesso e sappia già dove andare. Non sentiamo il bisogno di stare insieme, di essere gregge che si ritrova. E poi ci ritroviamo a leccarci le ferite, rinchiusi nelle verità che abbiamo elevato a torri di difesa e di attacco. Siamo incapaci di riconoscerci e saperci vicini.È il primo giorno della settimana, il giorno primo del mondo perché è l’inizio di un mondo nuovo. Ma le porte sono chiuse perché è forte il timore degli avversari, l’insidia di chi è là fuori. Hanno paura di fare una brutta fine, di seguire davvero il Maestro di cui ancora sono chiamati discepoli. Ma ora non c’è più nulla da fare, nessuno più da seguire.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">IV domenica  di Pasqua A (At 2,14a.36-41; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10) </p>



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<p>È difficile parlare di pecore e di pastore, di recinti e di porta. Siamo convinti che ciascuno basti a se stesso e sappia già dove andare. Non sentiamo il bisogno di stare insieme, di essere gregge che si ritrova. E poi ci ritroviamo a leccarci le ferite, rinchiusi nelle verità che abbiamo elevato a torri di difesa e di attacco. Siamo incapaci di riconoscerci e saperci vicini.</p>



<p>Ci siamo separati dagli altri per non essere gregge e rischiamo di diventati gregari, massa senza nomi e senza volto, alla ricerca di un’ideale di turno o di una battaglia che ci faccia sentire vivi, di un leader al quale affidare la sorte e con essa il bisogno di sentirci utili. Vorremmo essere liberi, senza una guida e un pastore, e poi smaniamo per conquistare l’attenzione del primo mercenario di turno, che sia persona o ideale, idea o ideologia, progetto o riforma, visione o conquista. E saremmo pronti per questi a dare persino la vita, soprattutto quella degli altri.</p>



<p>Ci vuole coraggio per ascoltare, ancora una volta, la storia del pastore e delle pecore, del gregge e dei recinti.&nbsp;</p>



<p>È un bagno di umiltà la Parola. Ci fa guardare dentro, ci priva dei mondi e dei concetti che abbiamo costruito e ci fa vedere, nuda come è sempre, la carne vera della nostra umanità.&nbsp;</p>



<p>E allora dobbiamo lasciarcelo ridire senza preamboli: abbiamo bisogno di un pastore, ci serve una guida che sappia orientare i nostri passi, che sappia amarci e tenerci vicini, che sappia difenderci e proteggerci da tutto, persino dalla stessa vita. Abbiamo bisogno di una porta da attraversare, di un criterio da fare nostro, di un’apertura che ci faccia entrare in orizzonti un po’ più ampi dei nostri cortili.</p>



<p><strong><em>In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un&#8217;altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore </em></strong><em>(Gv 10,1-2)</em></p>



<p>C’è differenza tra il ladro e il pastore. Gli approcci e le finalità sono diversi. Solo chi entra nel recinto delle pecore dalla porta è il pastore. Il recinto, nel termine usato da Gesù, corrisponde al cortile del tempio. Il tempio di pietra, nel quale i fedeli incontravano Dio, ha una sua porta e solo Gesù sa attraversarla.&nbsp;</p>



<p>Dio raduna il suo gregge, raccoglie le sue pecore nei suoi atri, ma non tutti quelli che vi entrano sono pastori. Gesù sa entrare nel recinto attraversando la porta perché soltanto lui è venuto per essere il pastore delle pecore.&nbsp;</p>



<p>L’immagine del pastore è densa di significati e rimandi. Tutta la storia d’Israele è storia di pastori. Alcuni, però, sono ladri e briganti. Il criterio per riconoscerli è sapere da dove entrano nel recinto. L’immagine resta ambigua. Gesù è il pastore legittimo, quello che viene per rendere sicuro il gregge, per prendersi a cuore la sorte di ognuno, per guidare chi non sa dove andare. Egli sa come entrare nel tempio, come avere accesso al Padre e, quindi, accesso al cuore delle sue pecore. È uno stile di amore e di attenzione, in polemica con lo stile che, nel contesto del vangelo, l’evangelista attribuisce ai farisei. Questi sono considerati e modellati come coloro che usano il gregge per i loro vantaggi, lo sfruttano per il proprio dominio, lo spremono per le loro esigenze. Il pastore delle pecore, invece, ha uno stile diverso.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei»&nbsp;</em></strong><em>(Gv 10,3-5)</em></p>



<p>Le pecore ascoltano la voce del pastore, la riconoscono tra mille, ne sentono il suono e sanno che è voce amica. Il pastore, dal canto suo, sa come parlare al gregge perché sa come parlare ad ogni pecora, le conosce tutte per nome. Sono sue perché gli appartengono ed egli ha scelto di essere loro. Il pastore non conosce numeri o masse, folla o gente informe, egli conosce ciascuna delle sue pecore, ne ama la storia e l’identità. Le chiama per nome perché, pur restando insieme nell’unico gregge, ciascuna sappia di essere accolta, di essere amata per il suo volto, di essere, per il pastore, unica per il suo nome.</p>



<p>Il pastore le chiama e le conduce fuori. Ci sono esodi che bisogna compiere guidati dalla voce di chi ci ama. Portare fuori è liberare da recinti troppo ristretti, da vite asfittiche e senza speranza, da orizzonti che sono prigioni. Egli le porta fuori, le spinge con amore violento perché ciascuna sappia di essere libera nel tempio nuovo che non ha confini. Le spinge fuori dal recinto del tempio, che è solo segno e profezia del tempio nuovo del suo corpo glorioso. Le conduce fuori, all’aperto, lontano dagli steccati e dai recinti, fuori persino dai cortili sicuri di una religiosità a misura umana, di ogni visione ristretta di Dio e di ogni visione ridotta dell’uomo.</p>



<p>C’è bisogno di questa scommessa di fiducia, di questo anelito di libertà, di questo esodo che è sempre nuovo.</p>



<p>Il pastore cammina davanti. Non basta uscire dai recinti. Dentro si può restare schiavi ma fuori ci si può perdere e restare preda di lupi e briganti. Bisogna che il pastore cammini davanti e guidi le pecore, perché solo lui conosce il cammino e può renderlo sicuro.</p>



<p>Camminare avanti è aprire la strada, renderla praticabile, riconoscerla come sentiero e spazio di libertà. E le pecore sanno che possono fidarsi e seguire chi si è messo in testa alla fila, chi continua a dire parole che risuonano nel cuore e nella vita di ognuno.&nbsp;</p>



<p>Esse lo seguono perché conoscono la sua voce. La sentono familiare, parte della loro storia, sillaba del loro vissuto, eco della loro esperienza. Il pastore sa farsi capire, sa farsi sentire perché sa parlare la lingua dell’amore. Ciò che egli che dice risuona in ognuno. E ciascuno sente che il pastore parla di me, parla a me, parla con me, parla per me.&nbsp;</p>



<p>Gli estranei, invece, non hanno la voce accordata alla vita delle pecore, resta voce impastata di interessi, intessuta di privilegi, condita di proprie finalità. L’estraneo non sa amare e la voce dell’amore ha un suono che ciascuno riconosce.</p>



<p>È bello sapere che il pastore ha una sua voce, unica e inconfondibile, l’unica degna di ascolto e di sequela, di fiducia e di affidamento.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong><em>Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.<br>Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l&#8217;abbiano in abbondanza» </em></strong><em>(Gv 10,7-10)</em></p>



<p>Davanti al tempio, davanti alla porta delle pecore, così chiamata perché da lì entravano gli animali destinati ai sacrifici, Gesù osa e si spinge oltre. Io sono la porta delle pecore. Dice il nome di Dio e dice: io sono la porta che conduce al Padre, che mette in relazione Dio e le sue pecore, il Padre e i figli amati.&nbsp;</p>



<p>È lui il criterio che distingue il dentro dal fuori, il gregge dai suoi nemici, la vita dalla morte.</p>



<p>Il tempio diventa segno e figura. È il suo corpo lo spazio nuovo in cui si intesse la vita, in cui Dio si mostra. È lui il varco per entrare e uscire, è lui il passaggio che dona salvezza, è lui la porta che conduce al pascolo.</p>



<p>La contrapposizione con il ladro è ora totale. Questi viene per rubare, uccidere e distruggere. Ci sono ladri, attorno a noi, che ci strappano di dosso la vita, che ci spogliano di noi e del nostro volto. Ci sono cose che ci usano e ci gettano, ci sono situazioni che ci fanno morire.&nbsp;</p>



<p>Egli, pastore e porta, è venuto invece perché abbiamo la vita in abbondanza. È venuto per darci la sua stessa vita. Pastore non è più colui che si serve del gregge per restare in vita, ma colui che dà la sua vita perché il gregge resti al sicuro. La sua vita è fatta dono. Per questo egli è venuto, per dare la vita e darla tutta, in abbondanza.</p>



<p>Io sono la porta delle pecore, dice Gesù, relativizzando il tempio e i suoi sacrifici, perché il suo corpo e la sua vita donata è la nuova porta che apre orizzonti inauditi, una vita al di sopra di ogni aspettativa.</p>



<p>Abbiamo bisogno di essere amati perché solo quello ci tiene in vita. Riconoscersi pecore è sapere che ci perdiamo per strada, che non sappiamo avere la meglio sui lupi, che siamo sempre a rischio di disperderci e perderci. Il Pastore vero ha una vita, la sua, da donarci e da mettere in gioco. Per questo possiamo fidarci, per questo possiamo affidarci.  </p>



<p><strong><em>Cristo patì per voi,<br>lasciandovi un esempio,<br>perché ne seguiate le orme […]</em></strong></p>



<p><strong><em>dalle sue piaghe siete stati guariti.<br>Eravate erranti come pecore,<br>ma ora siete stati ricondotti al pastore<br>e custode delle vostre anime (</em></strong><em>1Pt 2,21b.25<strong>)</strong></em></p>



<p>È questa la Pasqua. </p>



<p>Eppure, guardando a noi stessi e guardandoci attorno, dobbiamo farci qualche domanda. Perché oggi tante pecore che il pastore ama corrono dietro a briganti ed estranei? Perché fuggono in cerca di lupi e nuove avventure? Perché sembra muta la voce del pastore e inutile la sua presenza? Perché facciamo tanta fatica a riconoscerla e a sentire che egli ci chiama ancora per nome?</p>



<p><em><a href="https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20230430">Liturgia della Parola</a></em></p>



<p><em>L&#8217;immagine riproduce l&#8217;opera di Lorenzo Pietrogrande, Io sono la porta delle pecore</em></p>



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